martedì 15 marzo 2011

Da dove cominciare?



E’ da quando Laura Branca mi ha molto gentilmente chiesto se volevo intervenire sul blog che mi faccio questa domanda: da dove cominciare? Intanto da due parole di presentazione: sono Michele Vannini , segretario generale della

Funzione Pubblica della CGIL, la categoria che rappresenta sia i lavoratori comunali (fra cui educatori e collaboratori) che i lavoratori della cooperazione sociale. Mi occupo più o meno da vicino della vicenda dei nidi di Bologna dall’epoca Guazzaloca e sono padre di una bambina che ha felicemente frequentato il nido comunale Viganò. Per questioni di spazio e per non abusare dell’ospitalità partirei da una domanda retorica: i tagli che i governi nel tempo hanno effettuato verso le Regioni e gli Enti Locali consentono il mantenimento del livello di servizi di welfare a cui siamo abituati? L’esperienza maturata fino ad ora porterebbe a dire di no. Se stiamo solo al territorio della città di Bologna il resoconto del 2010 parla chiaro: chiusura di interi servizi dedicati al sostegno dei più deboli (senza fissa dimora e unità di strada per tossicodipendenti), tagli di migliaia di ore di assistenza domiciliare (con conseguente riduzione dei livelli occupazionali nella cooperazione sociale che già da anni gestisce quel pezzo di servizio), sospensione dell’erogazione di molti assegni di cura agli anziani.
In un contesto così era quindi oggettivamente difficile pensare che i nidi, per l’impatto che hanno sull’insieme della spesa sociale del Comune, non fossero oggetto di “attenzione” da parte della Giunta Commissariale. Se a questo aggiungiamo che il trend della spesa pubblica è destinato ad ulteriori e consistenti cali (cosa che, a carte date, rende la discussione sui bilanci previsionali 2012 ancor più preoccupante) e che le attuali leggi sui bilanci pubblici rendono molto rigido l’utilizzo delle risorse (per cui, ad esempio, fondi dedicati agli investimenti non possono essere utilizzati per la spesa corrente) la frittata è fatta. La seconda domanda retorica è: il bisogno sociale dei servizi è crescente o calante? Se ci limitiamo a guardare i nidi la risposta è semplice: le liste d’attesa sono in crescita. Siamo quindi in una situazione in cui a risorse calanti corrisponde una domanda crescente, in una città che ha mantenuto negli anni alcuni elementi distintivi tali fa farne una specie di mosca bianca nel panorama regionale (che come voi avete già scritto è uno dei più avanzati del paese): penso alla percentuale di nidi a gestione diretta del Comune (circa l’80% ) e al rapporto educatore bambino previsto dal contratto nazionale Enti Locali ( migliorativo rispetto a quanto previsto dalla legge regionale 1/2000 ).
E’ quindi sulla normalizzazione di queste due virtuose anomalie che sceglie d’intervenire il Comune, a partire dalla decisione di procedere alla ristrutturazione dei nidi Marsili e Roselle attraverso il project financing (ristrutturazione e gestione da parte della cooperazione sociale).
Può questo stato delle cose mettere a rischio il sistema bolognese dei nidi per come lo abbiamo conosciuto? Può darsi, ma io suggerirei di provare a guardare le cose da un’altra angolazione partendo, anche qui, da due domande.
La prima: è possibile pensare ad un sistema dell’offerta che, mantenendo come fulcro il nido “tradizionale” e i parametri di qualità si incarichi di allargare e diversificare maggiormente il servizio mettendolo in condizione di cogliere nuove esigenze che nel tempo si sono manifestate fra gli utenti ? Io penso che sia possibile, e penso che questo dovrebbe essere un campo di sperimentazione e di innovazione a partire dalla consapevolezza che alcuni strumenti già previsti a questo scopo dalla legge 1/2000 (penso all’educatrice familiare) non hanno funzionato e vanno superati. Seconda (ed ultima) domanda: se guardiamo al tema del privato convenzionato in modo non ideologico qual è il punto che potrebbe rendere accettabile un parziale riequilibrio nell’erogazione del servizio attraverso l’incremento dei posti convenzionati (con conseguente riduzione delle liste d’attesa)? La risposta sta indubbiamente, a mio avviso, nel rispetto della qualità, anche del lavoro. E qui sta un punto dolente e delicato: perché l’elemento principale che determina una differenza di costo fra un posto di nido a gestione diretta ed un posto convenzionato risiede proprio nel “dumping contrattuale” che consente alle cooperative di rendersi competitive pagando molto meno il personale e garantendogli anche meno diritti. Questo è un fattore che ha conseguenze dirette sulla qualità del servizio in quanto determina, come minimo, maggior turn-over fra il personale. Per questo al mondo della cooperazione, che oramai quotidianamente si candida pubblicamente a gestire sempre nuovi pezzi di welfare proprio in virtù della propria maggiore “capacità competitiva” bisognerebbe chiedere, come noi facciamo da tempo, di mettersi in gioco anche sotto questo aspetto: garantendo salari e diritti uguali al pubblico. Altrimenti a fare “impresa sociale” così siamo capaci tutti.

1 commento:

  1. Un tale aumento delle tariffe mensile non e' certamente proporzionato al servizio reso. Si stanno colpendo categorie mirate e si obbliga le donne a rinunciare al loro lavoro (sindacalista?) Lo ha detto lui... il sindacato rappresenta i lavoratori della scuola e non le famiglie con bambini piccoli con mutui sulle spalle e che magari vivono nel precariato.
    Le esternalizzazioni stanno rovinando il nostro paese. e i servizi non sono milgiorati!!!

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