mercoledì 3 maggio 2017

A scuola senza vedere. Dialogo con Roberta Zumiani di Irifor Trentino



Sono passati poco più di quarant'anni da quando la legge 360 del 1976 ha permesso ai genitori dei bambini non vedenti di scegliere se far frequentare ai propri figli le scuole speciali o le "classi ordinarie" delle scuole pubbliche. In quest'arco di tempo l'inserimento scolastico delle persone con disabilità visive, ma non solo, ha subito molti mutamenti. Oggi, Roberta Zumiani, psicologa e psicoterapeuta della Cooperativa IRIFOR del Trentino, ci aiuta a capire quali sono le necessità dei bambini e dei ragazzi non vedenti e ipovedenti. Il nostro dialogo parte dall'inserimento scolastico per allargarsi a tanti altri aspetti della vita dei piccoli vedenti e ipovedenti. Roberta Zumiani è la responsabile del progetto di assistenza scolastica della cooperativa trentina, progetto nato nel 2003 e che coinvolge oggi 79 studenti. 

Quando e come è nato il vostro progetto per l’integrazione scolastica degli alunni non vedenti e ipovedenti?
Il progetto di assistenza scolastica degli studenti con disabilità visiva, cecità o ipovisione, è stato avviato da IRIFOR nell’anno scolastico 2003/2004, in via quasi sperimentale. L’obiettivo del progetto è quello di proporre una scuola inclusiva per gli studenti con disabilità sensoriale, a partire dalla scuola dell’infanzia fino al termine delle scuole superiori. Le figure che affiancano bambini e ragazzi nel percorso scolastico ma anche nell’acquisizione di autonomie di studio, prima, e di vita, poi, sono formate appositamente da IRIFOR attraverso corsi di formazione e continui aggiornamenti, per poter sempre fornire risposte efficaci ed efficienti ai bisogni specifici di alunni ciechi e ipovedenti. Gli alunni coinvolti inizialmente erano 7, mentre nell’anno scolastico 2016/2017 IRIFOR affianca ben 79 studenti, e questo incremento numerico sottolinea senza dubbio la bontà del progetto.




Quali sono le figure coinvolte?
Il facilitatore della comunicazione e dell’integrazione scolastica accompagna lo studente nella quotidianità della scuola mentre il lettore a domicilio lo segue in contesto extrascolastico, affiancandolo nello svolgimento dei compiti a casa, per l’acquisizione di un metodo di studio e per progetti specifici di orientamento, mobilità e autonomia personale. 

I vostri progetti puntano ad accompagnare gli alunni nel loro cammino di inserimento e autonomia fin dalla prima infanzia. Quali sono le esigenze di un bimbo non vedente che frequenta la scuola dell’infanzia? 
Lavorare con i bambini ciechi e ipovedenti fin dalla scuola dell’infanzia significa poter mettere buone basi per la costruzione di numerose autonomie future. Fin da subito si lavora sui prerequisiti per l’apprendimento del Braille (nel caso di cecità), sulla stimolazione e sull’integrazione delle informazioni derivanti dai sensi vicarianti, sulla capacità di relazionarsi con i pari, sulla formazione di un linguaggio in cui significato e significante si integrino in un senso compiuto. 

Come si concretizzano gli interventi?
Dopo le osservazioni iniziali si stende un programma che integri la necessità evolutiva del bambino non vedente con le necessità del gruppo, per cui si predispongono progetti didattici e laboratori che vedono coinvolti il piccolo e il grande gruppo per lavorare sui sensi vicarianti.

Esistono progetti rivolti ai bambini che frequentano i nidi? Quali strategie vengono adottate?
Per la fascia d’età 0-3, IRIFOR offre un servizio di consulenza, incontrando familiari, docenti ed educatori. Vengono svolte numerose osservazioni sul campo in modo da poter fornire indicazioni operative. Per gli operatori vengono proposti anche interventi formativi specifici sulle esigenze legate alla disabilità sensoriale.

Sono trascorsi quarant’anni da quando i bambini ciechi hanno avuto la possibilità di frequentare le classi ordinarie della scuola pubblica. Qual è la situazione attuale? È stato raggiunto l’obiettivo dell’integrazione?
L’integrazione scolastica dipende da molti fattori, non soltanto dall’istituzione scolastica e dalle leggi bensì dalla capacità delle persone di attivare concretamente dei progetti congruenti con i valori dell’integrazione. Ci sono casi in cui l’integrazione resta una bella parola, ma in numerosi casi abbiamo riscontrato un buon livello di integrazione, laddove si sia raggiunta una preziosa sinergia di intenti tra scuola, famiglia e territorio.

Quali sono le maggiori difficoltà a cui vanno incontro i bambini con disabilità visive e le loro famiglie?
Le difficoltà che si incontrano sono tutte tendenzialmente riconducibili alla mancanza del lavoro di rete che porta le famiglie ad una percezione di solitudine ed abbandono. È fondamentale invece che la rete sia presente e fornisca il supporto necessario ad affrontare le insite difficoltà collegate alla disabilità, senza che esse vengano amplificate ma affinché vengano affrontate con consapevolezza e multiprofessionalità.

Quali sono le potenzialità del saper e poter fare rete? 
La rete risulta assolutamente necessaria per lo sviluppo armonico del bambino. Famiglia, scuola e territorio devono unirsi per poter offrire risposte integrate ai bisogni di sviluppo del bambino. Il lavoro di rete permette alla famiglia di percepire l’unitarietà di intenti dell’equipe composta da più esperti che mettono a disposizione delle competenze e le condividono. Questo permette ai genitori di sviluppare fiducia in se stessi, come genitori capaci di rispondere alle necessitò evolutive del figlio, e fiducia nei servizi e nella comunità come accogliente e inclusiva. 

Cos'è oggi una scuola integrata per un bambino non vedente e per la sua famiglia? 
Si può comprendere facilmente come lo sviluppo armonico, sia a livello cognitivo sia a livello generale, di un bambino affetto da grave deficit visivo dipenda molto dall'ambiente circostante e dalla sua capacità di rendere le informazioni visibili accessibili, quindi una scuola integrata è quella in grado di coordinare gli interventi delle diverse figure all'interno della classe, per promuovere l'inclusione, la socializzazione e il confronto con la famiglia e gli enti per costruire un progetto scolastico, prima, e di vita, poi, per ogni studente cieco e ipovedente. Soprattutto la famiglia diventa per IRIFOR un fondamentale interlocutore e una preziosa risorsa da attivare per permettere agli studenti di raggiungere il massimo livello di autonomia; è proprio per questo che da anni vengono attivati servizi di colloqui psicologici, corsi di formazione, giornate di confronto e percorsi ad hoc per i familiari.

Il bambino e il ragazzo con disabilità visive ha bisogno dell’affiancamento di un insegnante di sostegno? Nei vostri progetti un ruolo fondamentale è assegnato all’educatore tiflologico. Quali sono le specificità di questa figura?
Lo studente cieco o ipovedente ha bisogno di essere affiancato da figure con una formazione in tiflodidattica e tifloinformatica. L’educatore con competenze e conoscenze tiflologiche è in grado di integrare i bisogni educativi speciali della didattica con le necessità della classe, mettendo a disposizione le competenze specifiche e tecniche a favore del docente, che le può mutuare a sua volta in favore dell’intera classe.

La scuola è un luogo fondamentale per la crescita dei bambini ma sappiamo che non è l’unico. Quali risposte può offrire e offre, ad esempio, il mondo dello sport?
L’attività motoria è senza dubbio un elemento fondamentale, per chiunque e dunque anche per ciechi e ipovedenti. Le abilità grosso- e fino-motorie risultano essere molto importanti sia dal punto di vista della coordinazione e della conoscenza del proprio corpo, sia dal punto di vista relazione oltre che essere un’occasione per affrontare il proprio limite e per lavorare nell’ottica di acquisire il massimo livello possibile nelle capacità di orientamento e mobilità.

Uno dei punti cardine dei vostri interventi è l’elaborazione di progetti individualizzati. In cosa consiste?
Per ogni studente cieco o ipovedente vengono elaborati dei progetti ad hoc. La nostra equipe funge da case manager per promuovere la rete di risorse composte da scuola, famiglia, e, appunto, IRIFOR, oltre ad altri enti e associazioni territoriali. IRIFOR, infatti, conservando la memoria storica del percorso scolastico e di vita dello studente, consente di non perdere di vista il progetto di inclusione e di autonomia, che coinvolge ogni alunno a 360 gradi. Il monitoraggio dell’andamento del progetto è costante per garantirne la dinamicità e la rispondenza alle reali necessità dello studente stesso e alle esigenze emergenti sia in ambito familiare sia negli altri ambiti di vita :scuola, sport, hobby, relazioni. Ad ogni progetto individualizzato corrisponde un’adeguata assegnazione di risorse, basata sulle competenze dello studente, sulle esigenze evidenziate dalla valutazione multidisciplinare in IRIFOR, sulle capacità della famiglia di promuovere autonomia e sulle risorse interne della scuola; si punta dunque a fornire una risposta specifica alla persona e all'ambiente. La peculiarità del progetto prevede il coinvolgimento dell’equipe della Cooperativa, dei facilitatori e dei lettori, ma anche un’approfondita valutazione da parte dell’oculista e dell’ortottista del nostro centro che forniscono indicazioni alle famiglie e alle scuole, utili per la scelta degli ausili, gli adattamenti dei libri di testo e dei quaderni (anch’essi forniti dalla Cooperativa), i percorsi di autonomia e orientamento. Tutto ciò nell’ottica della presa in carico globale dello studente.

Il Braille resta uno strumento fondamentale?
Il Braille è ancora oggi fondamentale poiché rappresenta il veicolo di accesso all’informazione e alla cultura scritta. È il mezzo che ha permesso ai ciechi di acquistare il diritto di accedere all’informazione e riveste dunque un ruolo molto prezioso nel cammino verso l’uguaglianza. È ancora molto attuale, nonostante gli sviluppi tecnologici, perché è la base di tutto, così come la scrittura “a penna” per i vedenti.

Quali altri ausili didattici vengono oggi utilizzati? Qual è il ruolo degli strumenti informatici e digitali e quanto sono diffusi e utilizzati?
Per la didattica di ciechi e ipovedenti vengono utilizzati ausili non strutturati che dipendono molto dalla capacità di lavorare in rete tra educatore tiflologo e docenti, sulla base delle osservazioni del bambino o ragazzo e alla luce delle competenze in suo possesso e del percorso della classe. Esistono poi ausili più strutturati, come i libri tattili e il casellario Romagnoli, e strumenti, come la dattiloritmica e la dattilobraille. Gli ausili tifloinformatici permettono invece l’accesso alle informazioni in una società in cui le comunicazioni virtuali e informatizzate sono sempre più frequenti. Diventa dunque importante affiancare bambini e ragazzi in un’acquisizione di competenze nell’utilizzo di tali strumentazioni specifiche per permetterne un uso autonomo e consapevole. Il punto su cui si basa il nostro progetto  è il passaggio dal problema alla condizione, cioè dal vivere la disabilità visiva non più solo come un problema bensì come una condizione che richiede alcuni accorgimenti, perché l’integrazione non si fa solo con le leggi ma servono strumenti idonei e competenze specifiche.



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