giovedì 3 novembre 2016

Il primo nido in Italia chiude i battenti















Calano le domande e il nido chiude. Peggio perché sono due i nidi a chiudere i battenti in due anni. A Modena le domande d'iscrizione nel 2011 erano tante, oltre 1400, nel 2016 sono ridotte a poco più di 1000, e anche se quest'anno, sono un po' cresciute (1105) rimangono molte meno di un tempo. Succede poi a Modena, è un città che da sempre ha particolare attenzione all'infanzia. Si contende con Bologna il primato del primo nido pubblico in Italia. Qui però furono le donne ad aprirlo con l'occupazione e una contestazione che poi fu accolta dalla politica locale. Modena ancora oggi accoglie tantissimi bambini, ben oltre il limite imposto dall'UE (il 33%) . Eppure anche qui i servizi chiudono. Di fronte "alle esigenze delle famiglie che chiedono orari e calendari d'accesso diversi- dichiara vicesindaco e assessore Gianpietro Cavazza "abbiamo scelto di far rivivere il Triva, come un nuovo centro sperimentale e innovativo per i bambini e le famiglie". Il nido in questione, tanto per rimanere ancorati alla storia, è proprio il primo nido italiano: quello aperto con la lotta delle donne e secondo una donna, che i nidi li conosce bene,l'ex assessore  Adriana Querzè le cose sono molto diverse da quelle racconta dalla giunta e da Cavazza. L'abbiamo incontrata per ascoltare la sua versione dei fatti.

Le liste d'attesa sono calate? Si, sono calate in modo prevedibile e per più motivi. Siamo di fronte ad un lieve calo delle nascite e ad una crisi lavorativa e economica impegnativa. Questo è un dato reale che non ha trovato adeguate risposte politiche. Di fatto le liste sono calate anche perché i costi delle rette sono rimasti invariati.
Le rette sono aumentate? Non aumentate, precisiamo. Durante il mio mandato, la giunta riuscì a creare un "fondo anticrisi", oltre 250 mila euro, sono stati destinati per la riduzione le rette. Si applicava uno sconto proporzionale all'abbassamento dell'isee.
Ci spiega con un esempio? Se la famiglia aveva una variazione d'isee del 20%, aveva uno sconto proporzionale sulla retta del 20%. In questo modo le domande d'iscrizione avevano tenuto anche durante i momenti peggiori della crisi. Oggi quel fondo è ridotto a soli 100 mila Euro e le rette sono state scontate di 2-3 euro a pioggia, un po' a tutti. Una riduzione irrisoria e le iscrizioni sono calate.
Il nido Triva rivive una nuova stagione come centro d'infanzia. Cosa c'è che non va bene? Non riapre nulla di nuovo. Di fatto al Triva traslocano un centro giochi e un centro lettura che già esistevano, con aperture al pubblico di qualche ora la settimana. Questo al posto di un nido che accoglieva circa 30 bambini. 
Apre con orari diversi: il sabato, a Natale? Vedremo le risposte delle famiglie. In passato avevamo offerto servizi educativi durante le vacanze natalizie ma le domande erano state pochissime. Oltre a questo rimane il fatto che si chiude un nido, anzi due nidi, in due anni, che restavano aperti 5 giorni la settimana per otto ore al giorno per dare un'offerta di 4 ore settimanali a 16 bambini, che non è una risposta educativa, ma ludica. Con tutto il rispetto per i centri giochi, sono un servizio molto diverso dai nidi e, soprattutto non sostitutivo e nemmeno innovativo.
Quindi anche con pochi iscritti meglio i nidi? Dobbiamo distinguere. Se i genitori hanno bisogno di orari e calendari diversi ci dobbiamo riflettere attentamente e mettere in campo soluzioni mirate. Ciò non significa chiudere nidi pubblici. Il nido Triva, un fiore all'occhiello della storia dei nidi comunali di Modena, ha chiuso e ma non si è pensato di ridurre affidamenti o appalti a privati.
Quindi si toglie al pubblico per dare al privato? Ad ognuno i propri pensieri, mi pare che i fatti parlino da soli.

1 commento:

  1. Credo che Adriana Querzè, che ho avuto il piacere di conoscere e frequentare in alcuni contesti quando ero Direttore dell'Istituzione dei servizi educativi di Ferrara, abbia chiaramente risposto ad un problema che interessa Modena come tante altre città emiliane e romagnole, che negli ultimi decenni si erano distinte non solo per efficienza , ma per efficace politica d'investimento educativo e sociale per i loro territori. I nidi chiudono perchè i genitori non riescono a pagare rette alte, per la rigidità degli orari, per la crisi finanziaria che ha messo paletti esorbitanti alle amministrazioni in fatto di bilanci, e per tutta una serie di giustificazioni che , solo in minima parte, connotano la realtà dei fatti. Intanto però si chiudono nidi e scuole, ovvero si "esternalizza" perchè mai? Ebbene perchè costa meno, poi c'è il blocco delle assunzioni, poi la gestione del personale è troppo complessa,potremmo aggiungere che le mamme non lavorano e quindi possono tornare al focolare a badare ai loro fanciulli e compagnia cantando... Il privato accreditato ( come il pubblico) che gestirà l'offerta educativa che il pubblico declina, come sostiene la nuova proposta di legge regionale sui nidi , dovrà possedere requisiti un po' più "elastici" di quanto non fosse previsto in precedenza, a cominciare dal rapporto numerico bambini/ educatrici, per la valutazione della qualità del servizio fornito potrà avvalersi di una procedura di autovalutazione di sistema, non già un di un serio processo di eterovalutazione per verificare davvero se i requisiti di qualità fornita siano davvero applicati. Tutto ciò lascia molto sconcertati quando si pensa che negli ultimi decenni la nostra scuola era una fucina di esperienze di crescita non solo educativa e pedagogica, ma sociale, di un intero territorio. Non voglio tuttavia indugiare su temi che qualcuno potrebbe confinare nel sentimento nostalgico di ciò che c'era prima, ma trattare anche temi concreti che riguardano appunto le trasformazioni che il sistema lavorativo non riesce più a colmare, come per esempio, il fattoche a livello contrattuale nel privato i/le lavoratori-lavoratrici sono pagati diversamente pur facendo lo stesso lavoro dei pubblici, quasi sempre con monte ore giornaliero, ferie ecc. molto diversi dai colleghi.Potrei aggiungere che a livello pedagogico spesso i coordinatori sono anche insegnanti, ma mi fermo perchè potremmo approfondire mille altri aspetti che possono essere discutivbili sul "cambio" di sistema, senza tuttavia togliere al sistema integrato pubblico- privato di gestione nidi e scuole d'infanzia il valore che effettivamente dovrebbe avere. Il problema che anch'io pongo da sempre è quello che un vero sistema integrato dovrebbe avere una governance pubblica che sostiene, non delega il privato ad agire la funzione dell'educare secondo regole chiare e comuni per tutti, in egual misura.
    Allora mi chiedo,ma dov'è finita quella spinta tipicamente della nostra gente, dei nostri rappresentanti politici, dei nostri insegnanti, a difendere il diritto di ogni bambino ad avere un'educazione di qualità fin dalla nascita, indipendentemente dal ceto sociale , dalla nazionalità, dall'essere disabile ecc.? La trasformazione del contesto sociale appare nella sua più evidente drammaticità, ma non ci si può arrendere al "destino ineluttabile" del dover fare sempre quello che "costa" meno, come purtroppo sentiamo ripetere da alcuni amministratori... . In educazione il rapporto costi -benefici non può rientrare nella logica tipica del supermercato... Ciò che vedo è piuttosto un appiattimento sociale sul meno peggio, sulla perdita del pensiero critico, sulla dipendenza e l'attesa che tutto passi, tanto noi che ci possiamo fare?? Il coraggio del confronto non è mai stato una perdita di tempo...occorre che ci riprendiamo il diritto di scegliere quale scuola, quale lavoro, quale società offrire ai nostri figli.

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