lunedì 10 ottobre 2011

Adriana Lodi: la nascita dei nidi comunali


Racconto brevemente la storia della nascita dei nidi. Mi sono occupata di asili nido già come sindacalista, la questione era molto sentita sia dalle lavoratrici, che dalla giunta comunale dall'ora.

In quella sede è stato il primo obiettivo che mi sono posta e così ho cominciato a capire come costruire questa nuova ipotesi. La strada era difficile perché l’unica esperienza esistente era quella dell’omni. Si volevano fare degli asili veri, alternativi, che andavano costruiti ex novo.
Mancavano però i modelli. Prima di lanciare questa idea siamo perciò andati a vedere il nido aziendale di Ivrea e altre piccole esperienze.
Già dal ’66 abbiamo cominciato a scrivere postazioni di bilancio a questo scopo. Con l’impegno di somme ci fu anche l’affermazione di un orientamento dell’amministrazione comunale.
Il clima in Italia era favorevole, perché c’era, da parte dell’opinione pubblica una forte sensibilità alla prima infanzia, dovuta anche ad episodi scandalosi avvenuti negli istituti per minori, indagati da varie pretori. Forte era anche la sensibilità tra i lavoratori che dopo le questioni salariali avevano cominciato a discutere delle condizioni dei lavoratori come cittadini, e quindi di temi come i trasporti e i servizi.
La prassi che diede buoni risultati fu quella di mandare ai quartieri la bozza del bilancio comunale per chiedere loro un parere.
I quartieri si attivarono, sul fronte nidi, segnalando perfino le aree dove ubicarli e le eventuali voci del bilancio su cui risparmiare per investire sui nidi.
Premettendo che in consiglio su questi temi c’era l’unanimità, abbiamo avuto anche la fortuna che uno dei consiglieri coinvolse un amico, il sig. Patini, il quale si offrì di costruire un nido a patto che il comune concedesse un’area, in zona bolognina, suo quartiere di origine, e che fosse intitolato ai suoi genitori.
Questa iniziativa privata accelerò di molto i tempi di costruzione, nonostante le difficoltà, per esempio, ad accettare una donazione privata da parte del comune.
( un aneddoto: contrasti per l’area in quanto era stata destinata al Cral dei dipendenti ATC, che faticarono a rinunciare allo spazio bocce )
A questo punto le domande erano : come farlo e come gestirlo, per fare la differenza con OMNI.
Il progetto fu gestito dai tecnici del comune.
Il personale era un’altra questione spinosa, in quanto sul mercato non c’erano figure qualificate.
Con l’Assessore alla Pubblica istruzione si pensò allora di creare dei corsi di assistenti d’infanzia e di dirigenti di comunità alle scuole superiori Sirani, e per avere velocemente delle diplomate si organizzarono dei corsi serali.
Ci fu anche un viaggio in Svezia, che prese spunto da una visita organizzata dal comune alle strutture per anziani a Copenaghen . A quel punto Lodi e un rappresentante della minoranza si pagarono il volo per Stoccolma e visitarono i nidi della città ( da questa esperienza arrivano per esempio i tavoli arrotondati
Un importante contributo alla costruzione venne da una delle cosiddette Leggi Ponte, che prevedeva il pagamento, da parte di costruttori di abitazioni, oltre agli oneri per l’urbanizzazione primaria ( illuminazione etc ), anche quelli per l’urbanizzazione secondaria ( parchi etc )
In accordo con l’assessore all’urbanistica si chiedeva quindi che ogni volta che venivano realizzate nuove abitazioni, venisse previsti i nidi.
Nel 1970 Lodi viene eletta in parlamento e per prima cosa mette mano ad una legge ( 1044/’71 )
Le criticità furono : alcune obiezioni alla mancanza dell’impostazione psico pedagogica, che in realtà veniva rimandata dalla legge alle competenze della regione e il fatto che veniva considerata una legge non di investimento.
Questo fermò la legge per un anno, nonostante l’accordo di entrambe le commissioni coinvolte, sanità e interni, il cui coinvolgimento fotografava l’impostazione dell’epoca sull’argomento.
Gli interni, in cui era la Lodi, erano coinvolti in quanto si occupavano di assistenza e di ordine pubblico.
Alla funzione Pubblica Istruzione non venne chiesto neanche il parere.
Il sostegno alla proposta di legge venne anche dalle tre confederazioni sindacali che portarono un importante contributo, permettendo di inserire lo 0.18 % di contributi sulle retribuzioni a favore dei servizi.
In realtà la spesa sarebbe dovuta essere al 50% con lo stato che contribuì solo per due anni ( bisognerà attendere il 1976 per altri finanziamenti nei bilanci pubblici )
Sta di fatto che in 30 anni lo Stato ha contribuito per circa 70 ml di lire, contro i 460 dell’inps, cioè di lavoratori e aziende.
Il progetto avrebbe ambito alla costruzione di circa 3800 nidi, se ne realizzarono poco più di 2000 e il contributo maggiore arrivò dai comuni e, come abbiamo visto, dai lavoratori e dalle aziende.
Ecco perché Lodi sostiene l’idea che continuino ad essere i comuni a gestire i nidi: sono roba nostra, bisogna difenderli.



Nessun commento:

Posta un commento