martedì 16 aprile 2013

Stefano Zamagni e l'economia del welfare

McCoy











Abbiamo incontrato il professore Stefano Zamagni. Economista di fama non ha bisogno di tante presentazioni, i suoi numerosissimi saggi raccontano di lui. Ha divulgato il suo pensiero presso molte cattedre universitarie, ha affiancato l'ultimo pontefice come consultore e molto altro ancora. La sua linea di pensiero rispetto all'economica si discosta da quelle attuali di modello capitalistico e modello del welfare state e pone le basi un'economia differente che tenga presente della felicità. Possibile? Sentiamolo da lui.  
Professore ci spiega cos'è il welfare society?
Prima di dare una definizione di welfare society spieghiamo quali sistemi sono presenti oggi, come e dove nascono. C'è un welfare di tipo capitalistico che nasce nel 1919 negli Usa, a darne l'impulso furono sopratutto Rockfeller e Ford, inventarono ciò che oggi viene chiamato: liberismo. Il liberismo si basa sul principio che il datore di lavoro si fa carico del benessere, del welfare, della produce dei servizi, per i dipendenti. Questo modello è stato fallimentare nel tempo perché non trova equità. Per farla breve: se hai la fortuna di avere un datore di lavoro illuminato stai bene, altrimenti...
E il secondo modello?   
Il secondo modello è quello di welfare state che nasce in Gran Bretagna nel 1939 dal pensiero di Keynes. Lo Stato in questo caso accompagna il cittadino "dalla culla alla bara". Fu una grandissima conquista, un conquista civile, ma nel tempo questa conquista ha mostrato il suo tallone d'Achille. Primo oggi non è più possibile sostenerla a livello finanziario a meno che si vada verso un abbassamento della qualità e una selettività. Secondo la burocratizzazione del sistema l'ha impoverito e reso pesante. Si può garantire così una qualità codificata, non una qualità tacita... non si chiede al personale di essere umano e sorridente, ad esempio verso un malato...
Perché non è più sostenibile economicamente?
Perché le esigenze del welfare crescono e sono cambiate, perché la nostra società è  dinamica, ci si muove da un luogo all'altro, si passa da una condizione lavorativa all'altra, perché le entrate per quanto cospicue, in Italia abbiamo una pressione tributaria che è arrivata al 52%, non coprono le esigenze di spese che ha bisogno di un welfare sempre più qualificato e qualificante. Risultato il sistema non regge e si impoverisce. Questo deve essere molto chiaro. Il sistema tutto pubblico oggi non è più possibile se non aumentando le tasse fino al 60%, lascio immaginare le conseguenze, o con un impoverimento del servizio...come sintetizzò Titmuss "un welfare dei poveri è un welfare povero"   

Ci racconta cos'è il welfare society?
E' un welfare a carico dell'intera società per il bene comune. Un sistema che si fa carico del benessere (well-being) e delle relazioni interpersonali. Lo stato, le regioni i comuni insomma gli enti pubblici in unione e in alleanza con vari soggetti: no profit e profit creano un sistema per una società civile.
Una sussidiarietà orizzontale?
No, piuttosto una sussidiarietà circolare. L'ente pubblico finanzia e garantisce ai soggetti competenti di lavorare in termini di qualità ed efficienza con lo spirito di vera sussidiarietà. Ci sono molte realtà oggi nel nostro paese che hanno grandi competenze. Si devono creare poi di raccordi tra chi gestisce e chi lavora per un'articolazione efficace che possa produrre reciprocità. Un welfare sostenuto e creato da molti soggetti che possa offrire un pluralismo di fare e di offerta. Oggi si discute molto sul referendum per tagliare i contributi alla scuola paritaria . Non è togliendo i finanziamenti alle paritarie che si garantisce un'offerta per tutti. Così si mettono bambini in lista d'attesa che non potrebbero essere accolti nemmeno dalla scuola pubblica.
Lei è un firmatario del manifesto per mantenere i finanziamenti alla scuola paritaria  perché?
Perchè credo che come detto fino ad ora, che l'unico modo per sostenere una scuola di qualità e pubblica, sia un modello che investa vari soggetti qualificati di responsabilità e diritti, come la scuola paritaria.
A Bologna le scuole paritarie hanno sovvenzioni sia dallo Stato che dal comune, pur essendo che anche le scuole comunali sono paritarie, quindi hanno un doppio finanziamento...  
La legge detta Berlinguer sostiene la scuola gestita da privati o dagli enti purché parificata, quindi che garantisca gli stessi criteri di qualità. Oggi il comune di Bologna con un milione di euro garantisce oltre 1700 posti per i bambini iscritti e spendendo solo un solo milione, ha un servizio che in spesa avrebbe un consto pari a 6 milioni.
Su questo però ho dei dati diversi, secondo Rossano Rossi presidente della FISM in un recente dibattito sul tema, ha sostenuto che con quel milione si garantiscono circa 300 posti. 1700 è il numero che fa riferimento al totale degli iscritti, che sono sostenuti anche dalle rette dei genitori. In tutto questo si potrebbero ipotizzare altre vie intermedie? Ad esempio che i finanziamenti vadano ad altri tipi di ordini confessioni? Oggi a Bologna il privato parificato è quasi totalmente cattolico e questo non è garanzia di pluralità? In più sono a pagamento. Come si potrebbe ragionare per un'alternativa costruttiva?
Si, certo allargare gli orizzonti sarebbe bene. Se per questo andrebbe rivista anche la legge Berlinguer. Si potrebbe ragionare su molte modifiche per i finanziamenti e il sostentamento della scuola. Il fine deve essere avere una scuola diffusa, di qualità, sostenibile ed equa, ma ripeto non è togliendo un milione di euro al paritario che si ottiene una scuola diffusa e di qualità. Il danno sarebbe grave. Si allungherebbero le liste dei bambini che non troverebbero più posto nella scuola ne' a gestione Fism ne' a gestione comunale o statale
Professore  di recente è stato eletto presidente dell'Osservatorio Nazionale delle famiglia pur essendo in carica da pochissimo, pensa si debbano cambiare a livello economico leggi o altro per aiutare le famiglie oggi?
C'è molto da fare. Intanto sciogliere il nodo del tempo lavoro-vita familiare. Oggi le donne sono di fronte a quello che in gergo si chiama tragic choices.  Una scelta tra famiglia e un lavoro, o meglio una carriera. Agli uomini non viene chiesto. Non è possibile si continui su questa stada, è semplicemente ingiusto. Si deve pensare ad un'armonizzazione del lavoro. Le imprese in questo senso, possono fare molto. Ci sono già buon pratiche. Ci sono aziende che finiscono di lavorare alle 17,30 e non cominciare le riunioni a quell'ora, altre che hanno un sistema di ingresso e uscita a orari flessibili. E ancora ci sarebbe da distinguere per fascie di spesa a seconda dei componenti del nucleo familiare. Creare un controllo sistematico delle applicazioni delle leggi per monitorarne il funzionamento, interrompere il discrimini che oggi esiste nei cicli di vita. Fino ai 20 uomini e donne sono sullo stesso piano, dai trenta ai trentanove di apre un divario, dai 40 il gap sale ancora. Le donne tornano al lavoro ma senza possibilità di crescita professionale. Ho intenzione di far molto rumore nel mio ruolo di presidente dell'osservatorio dalle famiglie. 
   
   

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