venerdì 16 maggio 2014

Ivano Marescotti: infanzia e servizi pubblici


Ivano Marescotti


















Ivano Marescotti ha cambiato diversi lavori, è attore e da alcuni anni si è impegnato in politica. Il filo conduttore delle sue attività sembra essere la passione. Ha partecipato attivamente al referendum per la scuola pubblica, referendum svoltosi a Bologna che ha avuto la capacità di coinvolgere e interessare l'intero paese. Oggi è candidato alle Europee con la Lista Tsipras. L'abbiamo intervistato sul tema infanzia ed educazione.


UE in più documenti ha indicato la necessità di favorire l'accesso ai servizi educativi alla prima infanzia. (nel trattato di Barcellona e la comunicazione della commissione europea 66). Il nostro paese dopo un investimento straordinario di circa 1 MLD ha raggiunto il 17%, UE raccomanda una copertura almeno pari al 33% entro il 2010. La crisi ha inasprito la situazione già difficile ed oggi siamo di fronte alla contrazione dei servizi. Lo dimostrano i dati istat (una battuta d'arresto dal 2004 ad oggi) e il report di BoNidi, che identifica come nel solo 2013 le chiusure e la diminuzione di qualità, siano in forte crescita in molti comuni. Gli obbiettivi preposti sono ancora perseguibili? Se si come? Se no, quali altre strategie sono necessarie per prime?

La diffusione, la qualità e i costi della scuola pubblica sono una componente essenziale del welfare moderno. L’attuale quadro normativa vede gli asili nido come servizi a domanda individuale, quindi esclusi dalle guarantigie assicurate dagli articoli 33 e 34 della Costituzione della Repubblica (obbligatorietà della prestazione da parte della Repubblica e gratuità). Questa situazione fa sì che la spesa pubblica su questo settore di attività sia fortemente condizionata dalle compatibilità di bilancio. A livello europeo sarebbe necessario un finanziamento diretto agli stati per estendere il servizio, e una normativa che renda finalmente i nidi “scuola”. Occorre dire chiaramente che si tratta di diritti dei bambini e non servizi per le famiglie. E’ necessario quindi un superamento definitivo delle politiche economiche “restrittive” e la ripresa del deficit spending.Va da sé che una riconversione della spesa pubblica verso la spesa sociale è il corollario di questa impostazione di politica sociale, a cui va subordinata la politica economica.

L'Italia si posiziona agli ultimi posti per natalità e per diffusione dell'occupazione femminile. Le donne italiane fanno pochi figli e lavorano poco. I servizi educativi sono un passo importante per la parità di genere, lo dimostra il fatto che le regioni in cui ci sono più servizi (E-R) c'è maggiore occupazione, vicina alle percentuali europee. Quali altre strategie si dovrebbero perseguire per incentivare l'occupazione femminile e favorire la maternità?

La bassa occupazione femminile è un tratto tipico di tutti i paesi di seconda industrializzazione (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, etc.) ed ha radici antiche e assai complesse. Quel che rende la situazione italiana assai difficile è il forte calo della natalità, con gli squilibri a medio lungo termine che ne conseguono in termini di sostenibilità dei livelli di produzione e di reddito, e quindi di livello della spesa sociale. Per incentivare l’occupazione femminile è necessario far aumentare in primo luogo il livello di produzione garantendo simultaneamente un’offerta di servizi che permetta di superare il welfare di carattere “familiare” (tipico dei paesi dell’Europa del Sud), non solo per quanto riguarda la cura dei figli, ma anche la cura degli anziani. Le politiche per favorire la natalità non coincidono necessariamente con quelle per favorire l’occupazione femminile. Penso che una politica alla “francese” (tre anni di congedo di maternità, robusti assegni familiari anche per le famiglie del ceto medio, asili nido e scuole dell’infanzia garantite) sarebbe in grado di alzare, ma ci vogliono lustri, il tasso di natalità.

L'integrazione è un tema complesso. Partire dall'infanzia per tenere insieme le diverse usanze, lingue, religioni è uno dei modi più semplici e meno dispendiosi, ciò nonostante le scuole dell'infanzia in Italia non contemplano ore di religione diverse da quella cattolica. Le insegnati di tale materia sono direttamente scelte dalla chiesa cattolica e nonostante siano previste ore alternative, sono pochissime le scuole che le offrono effettivamente. E' una questione di secondo piano?

La risposta è facile. L’insegnamento della religione cattolica va semplicemente abolito. Punto. Mi piace ricordare che il programma di politica ecclesiastica di Giustizia e Libertà, il partito di Altiero Spinelli, prevedeva “l’abolizione del Concordato”.

Pubblico e privato. I servizi alla persona gestiti dagli Enti sono regolati dai limiti del patto di stabilità che non consentono di spendere o di assumere il personale a gestione diretta. Queste difficoltà hanno incentivato una massiccia esternalizzazione. I servizi esternalizzati, con tutte le dovute differenze del caso, tra privato e privato, sono peggiorative rispetto alla qualità offerta dal pubblico. I motivi sono molteplici, tra le più vistose ci sono le questioni contrattuali. I privati costano meno perché pagano meno il personale e il personale meno incentivato lavora peggio, ha meno ore di formazione, meno vacanze, meno tutele ecc ecc Oltre a ciò ad oggi manca uno studio serio sulle differenziazioni di costi di gestione tra i due modelli. Gli altri paesi membri hanno spesso svincolato i servizi diretti alla persona dai limiti che rendono il servizio pubblico semplicemente impossibilitato alla gestione. Come uscire da questa situazione?

Anche qui è semplice. Il patto di stabilità va come minimo rinegoziato. Poi non dimentichiamo che alcuni Comuni (Napoli e Milano) hanno assunto centinaio di insegnanti e la Corte dei conti ha archiviato le inchieste, perché la scuola è un diritto costituzionalmente garantito, e non c’è patto di stabilità che tenga. La superiorità del pubblico nel produrre beni pubblici è palmare. In Italia abbiamo una scandalosa complicità (amministratori infedeli, in pratica) che favorisce i profitti dei privati sulle spalle dei cittadini. Vedi il caso delle mense scolastiche del Comune di Bologna. E non c’è bisogno di ricordare la tetragona difesa dei finanziamenti alle scuole dell’infanzia private paritarie da parte del PD e del suo Sindaco, nonostante il risultato clamoroso del referendum del maggio 2013. Un calcio in faccia alla democrazia. Per uscire da questa situazione dobbiamo costruire Un’Altra Europa, e così, liberando l’Europa liberemo anche l’Italia.

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