lunedì 22 dicembre 2014

"Se piango...ascoltami". Sindrome del bambino scosso: informare per prevenire



Stavo vagando con il mio bambino in braccio nella sala d'attesa del pediatra quando la mia attenzione è stata attratta da un volantino verde pallido appoggiato su una piccola cassettiera.
"Se piango...ascoltami" e "non scuotermi mai!", l'invito e il monito, rivolti direttamente alle mamme e ai papà dei neonati, spiccano sulla copertina di un pieghevole che contiene al suo interno piccoli ma preziosi consigli su come gestire il pianto dei più piccoli. La campagna informativa è stata realizzata dalla onlus L'isola che c'è  in collaborazione con il centro specialistico multiprofessionale contro gli abusi sull'infanzia dell'Ausl di Bologna Il faro.
Nel leggere il volantino mi torna alla mente la fatica nel far fronte ai pianti, generati dalle famose colichette o da chissa cosa, dei miei bimbi nelle nostre prime settimane insieme,pianti che spesso solo il seno, un massagino o una coccola riuscivano a placare. Nella mia esperienza di mamma i pianti inconsolabili non sono stati tanti , ma seppur pochi mi hanno insegnato quanto le "urla" di un neonato possano, talvolta, essere difficili da gestire serenamente.
 La fatica e la paura davanti al pianto di un neonato accompagnano molti neo-genitori ed è proprio a loro che si rivolge il progetto "Se piango...ascoltami".
Nato dalla riflessione di pediatri, psicologi e ginecologi dell'associazione L'Isola che c'è, attiva dal 2008 a Bologna per la tutela dell'infanzia maltrattata e l'aiuto alle famiglie, il progetto ha tra i suoi obiettivi quello di informare i neo genitori circa i rischi relativi alla sindrome del bambino scosso e fornire informazioni utili a gestire il pianto dei neonati. Numerosi studi hanno mostrato, infatti, la portata positiva di interventi di prevenzione basati sul fornire ai neo genitori informazioni educative e comportamentali sul pianto inconsolabile, sul ritmo sonno-veglia e sulla relazione tra i genitori. Il progetto nasce dalla convinzione che una corretta informazione unita ad una sensibilizzazione dei professionisti, affinchè affrontino la questione in occasione dei controlli di salute dei bambini, possa contribuire a modificare comportamenti potenzialmente, anche se inconsapevolmente, pericolosi.
"In Italia l'entità della sindrome del bambino scosso è poco conosciuta poichè spesso non viene diagnosticata. Indipendentemente dai numeri però, vista la gravità, si deve fare informazione" spiega Isa Ruffilli, pediatra e referente del progetto.
Il progetto informativo educativo "Se piango...ascoltami" è il primo nel suo genere ad essere messo in campo sotto le due torri: oltre alla produzione e alla distribuzione dell'opuscolo, verranno organizzati incontri tra pediatri, psicologoi e piccoli gruppi di genitori. Il materiale informativo, tradotto anche in inglese, francese, arabo e cinese, è stato distribuito nei punti nascita, negli ambulatori pediatrici, nelle strutture di accoglienza madre-bambino, e negli ambulatori vaccinali. Le azioni messe in atto finora verranno potenziate in futuro: a breve verranno realizzati dei manifesti che verrann affissi nei luoghi frequetati dai neo-genitori e verranno coinvolti i corsi pre-parto. Alla diffusione del materiale informativo contribuiscono anche le ostetriche del punto nascita dell'ospedale Maggiore e presto potrebbero essere coinvolte anche le loro colleghe di altre strutture del territorio.

La sindrome del bambino scosso
Definita dagli autori anglosassoni Shaken baby syndrome, la sindrome del bambino scosso è una 
grave forma di lesione celebrale causata dallo scuotimento violento di un neonato o un bambino. I muscoli del collo dei neonati sono ancora deboli e non riescono a reggere la testa.Anche solo cinque secondi di scuotimento possano provocare gravi danni oculari e celebrali. Tra le conseguenze dello scuotimento vengono annoverate disabilita motorie ed intellettive ed anche la morte. Le lesioni sono più frequenti in bambini con meno di due anni di età.
La sindrome del bambino scosso costituisce una grave forma di maltrattamento di cui spesso i genitori non sono consapevoli: il genitore non ha intenzione di fare del male al bambino. Il genitore, arrabbiato, impotente o frustrato, per il suo pianto inconsolabile, scuote il neonato.
Per gli esperti esistono situazioni potenzialmente più a rischio: nuclei familiari monoparentali, situazioni di isolamento sociale, assenza di reti parentali,condizioni socio-economiche precarie ed instabili.

Quando il pianto è inconsolabile
Come viene spiegato nel pieghevole i neonati possono piangere a lungo e a volte il pianto, anche in assenzadi problemi di salute, può essere accompagnato da movimenti di diverso tipo. Nei primi mesi di vita il pianto è un modo di comunicare bisogni e malesseri. Spesso per calmare un neonato e aiutarlo a stare meglio può essere utile prenderlo in braccio. Vale dunque la pena sfatare il luogo comune, duro a morire, secondo cui chi tiene spesso in braccio il proprio bambino corre il rischio di viziarlo. "Oggi gli psicologi sostenuti dai neuroscienziati affermano che prendere in braccio i neonati calma il dolore attraverso una importante serie di effetti neuro ormonali che partono dal contatto" spiega la pediatra.
Per calmare un bambino che piange dunque lo si può prendere in braccio senza il timore di viziarlo, lo si può accarezzare, si può cantare piano. Altri "trucchi" per calmare il pianto spaziano dalla passeggiata in carrozzina al giretto in auto. Anche l'offerta del ciuccio può rivelarsi utile.
A volte però nonostante i tanti tentativi i piccoli sembrano non volerne sapere di smettere di piangere e i genitori possono sentirsi stanchi e ansiosi. A questo punto, come spiegato ancora nel pieghevole, può essere utile affidare il bambino ad una persona di fiducia o lasciarlo nella culla disteso a pancia in sù e cercare di rilassarsi parlando con una persona cara, concedendosi un po' di musica o una lettura per poter poi tornare più serenamente dal piccolo.
In caso di dificoltà i genitori non dovrebbero esitare a chiedere aiuto. " Penso che i genitori in difficoltà - spiega ancora Isa Ruffilli - debbano rivolgersi prima di tutto al pediatra a cui possono e debbono chiedere la verifica dello stato di salute del bambino per escludere la presenza di "motivi organici" del pianto, come ad esempio le banali ma fastidiosissime coliche gassose dei primi mesi". Inoltre - conclude il medico - "il pediatra dovrebbe essere sufficientemente attento a cogliere i segnali di disagio" ed indirizzare opportunamente i genitori.














































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