mercoledì 8 luglio 2015

0-6 e Buona Scuola: parola alla Cgil











Micol Tuzi è pedagogista e delegata Cgil a Bologna. In città tutti la conosciamo. Non possiamo dire che sia una persona che passi indifferente, c'è chi la ama e c'è chi la odio, ma in generale accende grandi passioni. Da qualche tempo la Tuzi ha costituito una rete di delegati cgil che si sta muovendo sul territorio nazionale in modo compatto. Il gruppo di lavoro si è incontrato più volte fino alla produzione di un documento molto ampio che ha messo insieme tante idee e temi per tentare di definire nel complesso scenario attuale cosa il settore 0-6 dovrebbe fare e significare. Le cose che vengono menzionate sono, tantissime e troppe per elencarle tutte. Ci tocca una brutale sintesi in cui tenteremo di far emergere le cose più significative. Il documento è stato già presentato in più contesti sia a Bologna in un convegno collettivo che a Roma durante la presentazione della rete democratica del pd dove dal documento è partito un interessante commento rispetto alla Buona Scuola. E vist l'importanza del ddl partiamo da lì per darne notizia.

Cosa salvare della buona scuola?
Il documento individua le priorità su cui i servizi educativi 0-6 si dovrebbero concentrare per riuscire a mantenersi in essere e di qualità. Molte delle cose indicate sono in sintonia con gli ultimi emendamenti presentati alla Buona scuola. Andiamo per punti: riconosce i nidi come primo tratto educativo del percorso scolastico. Così i nidi non sarebbero più servizi a domanda individuale (non sarebbero più sotto la tutela di quattro o cinque, dipende da come si conta, ministeri). Andrebbero a collocarsi sotto la guida del Ministero dell'istruzione. E finalmente si riconosce la necessità di un fondo economico continuativo e a capo dello Stato (anche se non è chiaro quanta quota venga destinata allo 0-6). Si definiscono i Lea (già definiti per la sanità) per creare un contorno e una definizione quantitativa dei servizi in tutto il paese. Si contorna la qualità educativa e strutturale per tutti i servizi da nord a sud, con un coordinamento pedagogico per tutti (oggi le scuole d'infanzia statali non le hanno) e compresenza effettiva e non arginata, scavalcata e violata a seconda delle emergenze del caso.

Cosa non funziona della Buona Scuola?
Ci sono dei passaggi da rendere chiari e precisi. Distinguere in modo attento e preciso tra servizi educativi e servizi conciliativi. Sono servizi diversi, con finalità diverse, generare confusione potrebbe significare far calare la qualità. Distinguere i ruoli: cosa fa lo Stato? Cosa il comune e la regione? C'è bisogno anche di definire il concetto di pubblico all'interno sistema misto integrato. Gli unici soggetti pubblici, specificano i delegati, sono quelli che gestiscono in modo diretto. Servizi in appalto, in concessione, in convenzione, pur facendo parte di un sistema riconosciuto e con standar equivalenti (oggi fissati solo in alcune regione) non sono servizi pubblici. Potrebbe sembrare una precisazione superflua, ma non lo è e il documento insiste e spiega “pubblico non significa solo “di tutti”, ma richiama al concetto di garanzia dei diritti infungibili , mettendo al centro la persona la sua tutela ed il suo benessere, anteponendo essa alle richieste spesso fameliche del mercato a cui il privato è indiscutibilmente più esposto.”
In un'ottica di sistema misto i delegati fissano una quota di gestione diretta da fissare in una percentuale maggiore rispetto al privato (convenzionato o in concessione che sia). Questo passaggio che anche BoNidi indicò in una nota depositato in commissione è premiante. Il problema è delicato e al contempo pratico e semplice: se il controllore, che è il pubblico, non gestisse in modo diretto e diffuso, presto perderebbe la capacità di giudicare il sistema (per dirla con altre parole perderebbe il polso della situazione). In realtà una percentuale avrebbe dovuto essere fissata già dal 2007, quando partì il finanziamento che lo Stato fece ai servizi 03. Già da allora era evidente che contorni della gestione diretta avrebbe dovuto essere chiari. Si dovrebbe ragionare anche sui confini dei singoli gestori privati, affinché in un comune o in un territorio, le convenzioni non si concentri nelle mani di un solo gestore, generando un effetto tutt'altro concorrenziale. Per la soparvivenza della gestire pubblica andrebbe esplicitato la possibilità per gli Enti ad assumere senza limiti o blocchi di tournover (imposti dalla Legge Brunetta).
Nel documento si precisa la difesa del bambino. Tra il conflitto d'interessi tra adulti e bambini, ad esempio rispetto alla maggiore flessibilità d'orario, si devono garantire i diritti dei più piccoli in primis. La flessibilità deve essere garantita, da un intero sistema e non dal singolo servizio (come già avviene in molti parti della regione E-R). I nidi non possono essere l'unico strumento di sostegno alle famiglie ma si devono ripensare le politiche fiscali, sociali e del lavoro in direzione di un'armonizzazione dei tempi di conciliazione.
E i contratti?
Una riflessione dei delegati si fissa anche sul tema contratti, tema che mi è caro da sempre. Se il sistema è misto, i contratti del pubblico e dei lavoratori del privato, devono poter avere una bilanciamento economico e dei diritti. Oggi il privato conviene perché si risparmia sui lavoratori, che hanno meno contributi salariali e meno diritti. Questa situazione è il problema più importante che dovrebbe toccare non solo la cgil ma tutti i sindacati. Fino ad ora abbiamo visto poca contrattazione e tanto arroccamento rispetto a questioni (sacrosante ma poco utili) più ideologiche che effettive. Finché ci saranno due lavoratori con pari mansione e differente trattamento, non si può parlare di parità o di buon lavoro. Mi auguro che i delegati possano farsi sentire dove i dirigenti hanno avuto poca forza .

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