giovedì 9 luglio 2015

Anita: educatrice al nido ci racconta il suo lavoro


BoNidi





















Anita è una ragazza di 32 anni. E' educatrice da sei e lavora presso la cooperativa Cadiai. Lavora in un nido della provincia. E' molto appassionata del sul lavoro, ha una laurea triennale in educatore di prima infanzia e una laurea magistrale in pedagogia. Come tanti non è di Bologna, l'ha scelta come metà di studi “perché ho sempre saputo che questa è la culla della pedagogia...e non sono rimasta delusa”. Anita lavora 25 ore settimanali ed ha uno stipendio di 800 euro mensili circa. E' colta e particolarmente informata, ha una visione a tutto tondo del mondo dei servizi educativi, conosce la politica, il mondo dei sindacati ma anche la pedagogica... “finché non avrò una mia famiglia, potrò permettermi di continuare così, con uno stipendio modesto, arrotondando nel periodo estivo quando non lavoro e non sono pagata, poi non so”. La incontro una calda mattinata di luglio. Ha un aspetto deciso, capelli cortissimi, maglia e jeans, senza trucco e uno sguardo diretto. Parla con un filo di voce ma ciò che dice è incisivo e forte. E' facile parlare con lei, come raramente mi è capitato di riuscire a fare con un lavoratore del privato sociale “E di cosa dovrei aver paura? -mi chiede- Quello che dico è vero e verificabile. Non ho niente da temere”. Poi continua mentre sorseggia un te ghiacciato.
“Lavorare mi piace, il mio lavoro mi piace, lo faccio con coscienza... ma ci sono delle cose che mi stanno strette. Intanto le condizioni contrattuali, e poi per quanto possa sembrare sciocco, sono infastidita dalla nuova divisa” (nella foto)

Che divisa?
“Una divisa che dobbiamo indossare da un po' a questa parte. Non rende giustizia alla nostra professione! Noi siamo educatori, perché dobbiamo presentarci a bimbi e genitori con un grembiule color lilla e i fiorellini? senza parlare della questione di genere, non è unisex.”
A titolo d'informazione è delegata sindacale?
“No, la cgil me l'ha hanno chiesto più volte ma non ho ancora accettato. Credo che molte delle ingiustizie che la mia categoria vive oggi, siano frutto anche di loro errori, o forse meglio dire, di accordi troppo morbidi. Oggi le cooperative nella provincia di Bologna hanno un grande peso sull'offerta pubblica. Rispetto a quel 33% d'offerta che il pubblico vanta noi contribuiamo non poco. Credo che quando si incide tanto in un settore, si possa avere più voce in capitolo”
Che qualità offre Cadiai ?
La nostra cooperativa lavora molto bene, con scrupolo e con grande qualità. Ho fatto tanti tirocinii presso nidi comunali e non posso dire che la qualità offerta da noi sia inferiore. A volte trovo dei genitori che mi chiedono: che differenza c'è tra un servizio gestito dal comune e uno gestito da voi? Non lo faccio ma mi verrebbe voglia di rispondere: la mia busta paga e il mio contratto! Perché è lì la differenza.
Solo in stipendio?
Prevalentemente. I/le dipendenti e associati/e della cooperativa hanno in maggioranza contratti a tempo indeterminato. C'è il diritto alla maternità, non posso dire che in confronto a tante altre cooperative che ci siano condizioni cattive, anzi! Eppure non abbiamo diritto al riposo... quando non lavoriamo non veniamo pagate, i nostri giorni di ferie non coprono totalmente le chiusure.
Com'è possibile? E le vacanze?
Le vacanze le “spendi” durante i periodi di chiusura dei nidi tra Natale e Pasqua...a Luglio siamo aperti, quindi poco male, ma ad agosto siamo in aspettativa per alcune settimane e siamo a casa con uno stipendio ridotto. All'interno della stessa cooperativa poi ci sono situazioni molto diverse. Ad esempio io lavoro in un comune dove i servizi vincono appalti di gestione ogni tre anni... quindi ogni tre anni tremi...
E se perdete l'appalto?
Fino ad ora non è mai successo. A Castel Maggiore abbiamo sempre vinto. Del resto ci siamo presentati solo noi molte volte, e con tante gravidanze che ci sono tutti gli anni un posto te lo trovano. Se un dipendente ha la fortuna di lavorare ad esempio presso un nido in concessione, con contratto per 25 anni, capirà che non è la stessa cosa. Da quando siamo diventati una grande cooperativa alcune cose sono peggiorate.
Ad esempio?
I pasti. Non ci vengono più forniti... certo prima c'erano tante pretese... chi non voleva il contorno, chi saltava la pasta, chi preferiva portarsi il pasto da casa...ma ora non c'è più nulla ed è peggiorativo, viene meno la condivisione del momento del pasto, e sappiamo quanto sono importanti le relazioni in rapporto all’alimentazione.
Perché?
Perché la pappa era un momento di intima convivialità, in cui si veicolano messaggi importanti: cibo sano, non sprecare, mangiare la quantità che si desidera ecc.. Ora noi educatori serviamo la pappa (con grembiule color lilla) magari lo facciamo con maggiore concentrazione, ma non è la stessa cosa.
I nidi gestiti dal privato sociale hanno orari più flessibili del pubblico. E' un sistema che funziona?
Da sempre la nostra bandiera è quella della flessibilità. Molti dei nostri nidi sono aperti anche di sabato ma non c'è questa gran affluenza. C'è anche un nido (il Pollicino) che è aperto tutto agosto. E' un servizio che ha un'affluenza di circa 30 bimbi... bimbi poveri e spesso extracomunitari. Sono per intenderci quelli che non possono permettersi di tornare, al paese d'origine. Grazie al nido hanno la possibilità di stare con altri bimbi, in un posto fresco e bel accolti , ma non direi che quel servizio sia molto richiesto, i bambini ci sono, ma non c'è la folla.
Quindi la polemica uscita sui giornali per chiedere nidi più flessibili, secondo lei non è giustificata?
No, dal mio punto d'osservazione, no, ovvio che una riformulazione del servizio nido va fatta ed è urgente, soprattutto dal punto di vista politico, dove continua a mancare un investimento serio nella fascia 0-3.
Come si trova lavorare con le educatrici del pubblico?
Benissimo sul piano professionale. C'è un bel confronto anche di saperi, speso le colleghe del pubblico hanno molta esperienza e sono testimoni di qualcosa che è stato realizzato da loro. Oggi molte hanno figlie grandi, che fanno a loro volta sono educatrici ma nel privato. Ora capiscono bene le condizioni lavorative e le nostre difficoltà. Ciò detto ogni volta che penso alle disparità contrattuali mi sento umiliata. Con questo non voglio dire che loro mi rubano qualcosa, ma quando vedo che non ho gli stessi diritti, pur svolgendo le stesse mansioni, non posso che sentirmi amareggiata. I sindacati hanno un grande lavoro da fare: la parità contrattuale deve avvenire e non a scapito dei dipendenti pubblici.

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