martedì 14 giugno 2016

Educatrice per 40 anni: tra passato, presente e futuro


 


















Cara BolognaNidi,
vi seguo da tempo con piacere, finalmente una rivista dedicata ai nidi. Oggi mi sono decisa a scrivervi per raccontare la mia storia di educatrice per 40 anni, a Bologna. Una storia personale che spero possa essere un utile per una riflessione generale.

Ho vinto il concorso indetto dalla provincia di Bologna nel 1972. Ho lavorato in molti nidi del territorio e prima ancora nei gruppi famiglia, servizi oggi scomparsi. Ho fatto anche una supplenza di due settimane nel primo nido d'Italia: il nido Pattini, lo ricordo con orgoglio. Ho visto succederci tante novità al nido, ho lavorato con tante colleghe, tante pedagogiste, ho lavorato a tanti progetti. Ho visto e vissuto tante trasformazioni. Ho lavorato quando i nidi erano sempre aperti anche il sabato e il mese di agosto, con turni massacranti dalle sette del mattino alle sette di sera. Ho partecipato a collettivi continui che a volte duravano fino a notte fonda dove discutevamo di tutto con grande fervore. Ho visto cambiare e di molto l'utenza.
Negli anni 70 in maggior parte i genitori erano persone semplici, spesso casi sociali, che ci chiedevano di picchiare i bambini se facevano i monelli. Ho scarpinato per mezza città, per visitare le case dei bambini, perché un tempo si faceva così. Noi educatrici prima che i bambini fossero accolti al nido, giravamo, di casa in casa, per conoscere la famiglia.
Ricordo una lunga camminata su per il colle dell'Osservanza, sotto il sole di fine agosto per sentirci dire dalla cameriera “No, il bambino non verrà più al nido, i genitori hanno cambiato idea!”
A volte era dura. Il nostro lavoro era rivolto anche ai grandi, ascoltavamo i loro problemi, problemi di vario genere, di lavoro, di soldi, di famiglia e tentavamo di far capire che il nido, non era un parcheggio, dove lasciare il bambino ma un luogo importante dove crescere.
Sono stata davvero fortunata mi sono formata con grandi personalità del mondo della pedagogia come il professor Andrea Cannevaro, i neuropsichiatri Giancarlo Rigon e Giovanna Caccialupi.
Ho imparato molto e dato molto a questi servizi e ora sono contenta di essere in pensione. Nel tempo il lavoro burocratico è aumentato a dismisura rendendo tutto un po' più preciso e noioso, più tecnico e meno fantasioso.
Un tempo era tutto un po' più artigianale e improvvisato, se vogliamo, ma nei servizi si respirava entusiasmo, passione e la necessità di spendersi in prima persona.
Ricordo ad esempio la storia del prosciutto.
Il prosciutto cotto era un alimento che piaceva molto ai piccoli, ma ad un certo punto fu tolto dal menù.
La dottoressa Teresa Lugaresi che ci seguiva al nido Tovaglie, un nido interno al reparto di Maternità, andò a verificare come si allevavano i maiali e decise che non era il caso di continuare a somministrarlo ai piccoli. Oggi è impensabile una cosa di questo tipo.
Tutto è un po' più distante, tutto è un po' più “sicuro” e i controlli passano probabilmente dalle garanzie del marchio. In prima persona sono davvero in pochi che ci mettono la faccia.
Molte educatrici poi scelgono di fare questo lavoro per mestiere. Non c'è telecamera che regga per controllare le responsabilità ed eventuali terribili maltrattamenti. Si dovrebbero selezionare con maggiore attenzione il personale assunto, si dovrebbe poi monitorare costantemente il lavoro interno ai nidi per cogliere segnali di possibili disagi. Per arginare fatti eclatanti si dovrebbe prevenire non affidarsi a semplici telecamere.
Sono molte le cose che mi preoccupano che sento dalle ex colleghe. Mi raccontano di nidi senza supplenti con oltre 30 piccoli e due educatrici. Stiamo tornando indietro, stiamo tornando ai nidi parcheggio: con il consenso di educatrici, politici e genitori? Questo lo lascio come domanda.

Lucia Landuzzi

 













 






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