lunedì 17 ottobre 2016

La meglio Infanzia: una ricerca sbagliata?
















Di recente abbiamo intervistato il professor Andrea Ichino sulla ricerca La meglio infanzia. Ora ascoltiamo sullo stesso tema la professoressa Francesca Emiliani del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’UniBo, che avanza critiche sostanziali alla ricerca sia per quanto riguarda il suo impianto complessivo, sia, a maggior ragione, per quanto concerne il risultato ottenuto. Potrebbe sembrare un tema molto, troppo, tecnico ma non lo è. E' interessante approfondire e affrontare, ancora una volta, il tema più generale della qualità dei servizi d'infanzia.   

Professoressa giudica “la meglio infanzia” una ricerca “sbagliata”?
Come ho già avuto modo di esporre, anche in sede accademica, la ricerca si basa su un impianto inadeguato rispetto al suo oggetto, ovvero lo sviluppo dei bambini 0-14 anni e l’influenza della frequenza al nido su tale sviluppo.
Ci spiega?
Lo sviluppo umano 0-14 anni e gli stessi asili nido sono “oggetti” che risentono di un’enorme variabilità di condizioni e fattori individuali e di contesto. Il modello a cui la ricerca fa riferimento è quello quasi sperimentale. Il prof. Ichino, per facilitarne la comprensione, ha usato l’esempio delle pere (o aranci o mele). Se si prendono “pere” non trattate (bambini che non hanno frequentato il nido) e “pere” trattate (bambini che hanno frequentato) di famiglie che si collocano intorno al valore soglia che per il comune di Bologna determina l’accesso o meno ai servizi, si avrà un campione statisticamente “simile” di famiglie dove l’unica variabile in gioco che le differenzia sarà proprio il “trattamento” e cioè la frequenza o meno al nido. L’esempio è efficace e mette bene in luce il primo aspetto di inadeguatezza del modello: possiamo considerare e quindi trattare lo sviluppo umano da 0 a 14 anni alla stregua di oggetti tanto semplificati quali i frutti?
C'è altro da osservare? 
Si, l’indicatore che i colleghi economisti mettono sotto controllo è un indicatore economico, il FAI, family affluence index, quindi sappiamo con certezza che le famiglie che hanno avuto o non avuto accesso al servizio sono simili per il reddito economico. Differenziano per poche centinaia di euro..ma non sappiamo ad esempio quante avessero i nonni, elemento che renderebbe le famiglie “non simili” proprio sull’aspetto relazionale e così via per altre condizioni. I soggetti che compongono il campione, sono stati confrontati in base al tempo trascorso al nido ed è stata loro somministrata, nell’età 8-14 anni, una serie di test tra cui la WISC-IV per il funzionamento intellettivo, e altri tests di personalità.
Una questione di tempo?
Ecco qui veniamo al secondo aspetto di inadeguatezza del modello utilizzato perché si sostiene che il tempo trascorso al nido nel periodo zero-due anni e il QI misurato ad un’età molto successiva, sono in una relazione causale, cioè la prima variabile (tempo al nido ) è causa della seconda (QI). Si sostiene una relazione causale fra le due variabili
Se capisco bene, quello che contesta è che i campioni osservati (i gruppi di bambini) non sono simili ma già diversi in partenza?
Si, lo possono essere, ma il problema reale è che con campioni relativamente piccoli (intorno alle 400 untà) come quello utilizzato nella ricerca e mettendo in gioco un arco temporale da zero ai 14 anni, non si possono studiare effetti causali a lungo termine. Bisogna non conoscere per nulla lo sviluppo umano per sostenere che un’unica variabile intervenuta fra zero e due anni può causare un esito evolutivo a 14 anni. Nessuno studioso di sviluppo umano sosterrebbe una relazione simile, oltretutto utilizzando un test tanto problematico sul lungo periodo come il QI. Sostenere effetti causali a lungo termine di una variabile come il QI di cui non si sa nulla al tempo zero, è altamente discutibile. E poi in buona sostanza l’unico risultato riscontrato sarebbe un “ costo” di QI per le bambine per ogni periodo in più trascorso al nido. E’ importante ricordare che il QI medio riscontrato è superiore alla norma e il QI delle bambine è superiore anche a quello dei maschi. Tanto rumore per nulla...
Lo studio però mette in luce un aspetto importante in fatto di nidi. Oggi la qualità dei servizi è diminuita anche a Bologna, dove i rapporti numerici educatore-bambino sono aumentati.
Riconosco al Prof. Ichino il merito di aver riaperto, seppure con toni molto accesi, il dibattito e la riflessione sui nidi. In questo periodo di crisi economica molti genitori non mandano i bambini al nido. Questo comporta spesso una riorganizzazione dei servizi che deve e ripeto deve essere fatta nella conoscenza e nel rispetto dei bisogni dei bambini in questa delicata fascia di età. In questi tempi si corre il rischio di cercare giustificazioni pedagogiche ad assetti organizzativi poco attenti ai bisogni relazionali dei bambini. Ma di questo potremo riparlare se credete..
In una recente lettera indirizzata alla nostra redazione, un genitore ha denunciato rapporti numerici da capogiro. Un educatore per 20 bimbi in alcuni orari. Lei cosa pensa?
Penso che i temi della qualità dei servizi e la valutazione della qualità siano oggi una priorità anche a livello europeo e internazionale. Penso che per avere un buon servizio educativo siano importanti numerosi fattori. In primo luogo c’è bisogno di personale qualificato, di un rapporto adulti-bambini che nel primo anno di vita e direi anche fino a 18 mesi non può superare i 4/5 bambini per educatrice, di spazi adeguati e molto altro ancora. Fare un buon servizio non è semplice e richiede competenze e investimenti economici. All’inizio si pensava che i nidi fossero servizi per le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano. L’esperienza fatta in questi trenta anni dice che nidi di buona qualità sono contesti positivi per la crescita di tutti i bambini:Nidi di buona qualità.

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