martedì 10 gennaio 2017

Quanto costa un nido? Parola a Eugenio De Crescenzo


BoNidi.it



















Eugenio De Crescenzo è presidente dell’Associazione Generale Cooperative Italiane, AGCI Lazio Solidarietà e, in particolare, si occupa di cooperazione sociale. L’abbiamo incontrato per parlare di nidi e bandi. Le sue dichiarazioni sono lineari e asciutte e non si può certo dire che abbia peli sulla lingua. I fatti che racconta sono spesso denunce tutt’altro che trascurabili.
Partiamo dalle presentazioni. Cos’è Agci?
L’AGCI è una delle Centrali della Cooperazione riconosciute dal MISE ( Ministero dello Sviluppo Economico) presso cui è insediata la Direzione Generale della Cooperazione. Il Mise ha un compito di vigilanza sulle cooperative sugli aspetti mutualistici. Le cooperative aderenti alla nostra Associazione operano nei più diversi settori, dall’agricoltura, al consumo, al sociale, alla produzione e lavoro, all’agricoltura, di abitazione, ecc... Siamo una delle realtà più grandi in Italia con circa 6mila cooperative. Quelle che operano nel sociale sono circa 1000 e di queste circa 100 sono nel Lazio. Tutte le Centrali della Cooperazione lavorano  in stretta  relazione con il Ministero per lo sviluppo economico (Mise). Di fatto, le Centrali riconosciute operano per delega del MISE svolgendo la funzione di vigilanza attraverso l’istituto della revisione che tende ad valutare il rispetto della mutualità nelle singole cooperative. I nostri Revisori sono scelti tra chi possiede competenze specifiche: giuridiche, amministrative, fiscali e si sottopongono ad una formazione mirata assumendo un ruolo di pubblica responsabilità nel momento in cui svolgono la revisione per delega del MISE.
Mi faccia capire: il ministero forma personale per controllare le vostre cooperative ma chi paga queste persone?
Non esattamente, Il Ministero, definisce il costo del contributo di revisione biennale (le cooperative sociali e quelle edilizie hanno una revisione annuale) che viene pagato obbligatoriamente da tutte le cooperative. Il contributo di revisione, viene utilizzato per la gestione dell’attività sia per la formazione dei revisori, sia per il pagamento degli stessi, sia per i costi organizzativi che sottointensi alla attività stessa.
Non c’è un conflitto d’interessi? Come fa il dipendente a denunciare un mal funzionamento del proprio datore di lavoro?
Intanto nelle Revisione non nasce nessuna obbligazione tipica come tra datore di lavoro e dipendente. Il revisore è esterno e terzo rispetto alla cooperativa. Nella maggior parte dei casi è un professionista inscritto ad un albo e nel momento della Revisione di fatto svolge una funzione pubblica di cui assume responsabilità. Il prontuario su cui avviene la revisione è deciso dal MISE e, consiste in oltre sessanta punti di approfondimento documentale che fotografa nei particolari la condizione della cooperativa e la sua qualità mutualistica. Certo si può sempre fare di meglio ma, secondo me, questa domanda nasce da una profonda crisi, che va a colpire sopratutto il corpo intermedio in quanto tale, quello che opera tra il pubblico e privato. Una crisi che nasce in seno ad una cattiva politica e ad una mentalità populistica. I funzionari che fanno controlli, sono dirigenti altamente formati che hanno responsabilità precise e nella maggior parte sono iscritti ad un albo professionale. Le Associazioni di Rappresentanza, gli Organismi Datoriali, svolgono una importante funzione di tutela e promozione delle Cooperative associate e sono parte di una società complessa in cui le dinamiche dei poteri sono distribuite, decentrate e sottoposte a critiche e vagli. La chiamiamo Responsabilità Sociale d’Impresa che racconta una società libera e solidale nel solco dell’art. 42 2° comma della Costituzione e dell’art. 45 dedicato proprio alla Costituzione.
Passiamo ad un altro argomento. Il comune di Morolo (provincia di Frosinone) pubblica un bando per la gestione di un nido mettendo sul piatto 200 Euro per il tempo ridotto e 300 euro per il full time. Sono cifre normali?
Il bando è semplicemente da impugnare! Perché è illegittimo. Non può rispettare le norme regionali inerenti ai nidi e nemmeno quelle che tutelano il lavoratore.
E’ stato impugnato?
Francamente questo particolare caso non lo conosco. Ma spesso i bandi si aggirano su queste cifre, sopratutto nella in alcune Provincie. Bandi che pur essendo illegali, non sono impugnati, perché altrimenti la cooperativa che denuncia ha chiuso, non lavora più.
Le Pubbliche Amministrazioni lavorano nell’illegalità?
Si, capita, e per diversi motivi che è bene specificare. A volte la formazione degli amministratori non è delle migliori, negli ultimi anni succede sempre più spesso. Un altro motivo è che la materia degli appalti è complicatissima! Tenga presente che il 70% delle direttive arriva dall’UE, ed è molto complessa, poi l’Italia arricchisce la complessità mettendoci del suo. Ne escono dei testi difficilissimi e pieni di contraddizioni.
Perché i comuni lavorano così al ribasso?
Perché non hanno soldi, ma qualcosa devono pur fare, devono rispondere in qualche modo ai loro cittadini se vogliono essere rieletti. Facciamo un esempio concreto. Qualche anno fa il comune di Subiaco, ha indetto un bando per la gestione di un nido alla metà del costo minimo possibile. Come presidente dell’associazione scrivemmo all’amministrazione, facendo presente che un costo tanto basso non poteva garantire alcuna tutela ne’ dei lavoratori, ne’ per i bambini. La risposta fu che non avevano soldi.
E il bando fu vinto?
In quel caso, il bando fu corretto e rialzato al doppio del prezzo di partenza. Ciò nonostante era un costo davvero ridotto.
Fu Alemanno a Roma ad avviare la gestione di nidi a prezzi stracciati?
La storia di Roma è diversa. La Giunta Veltroni innovò fortemente le politiche dell’infanzia e da questa innovazione fu creata la più importante rete accreditata di Asili Nido presente in Italia con la realizzazione, a cura dei privati, di più di 200 nidi, autorizzati e accreditati che complessivamente gestiscono circa 7000 bambini e hanno generato 2000 posti indeterminati femminili nella città. Con eguale qualità, rispetto ai nidi pubblici, e nel rispetto del regolamento attuativo dei Nidi Convenzionati e al paritetico Progetto Educativo. La Giunta Alemanno ereditò il sistema dei Convenzionati senza ostacolarlo ma in più, si ritrovò circa 15 nidi realizzati tramite gli scomputi urbanistici, tutti in aree periferiche, e per non lasciare i fabbricati a rischio di occupazione e vandalismi ipotizzò l’uso dell’istituto della concessione emettendo un bando a nostro vedere con costi inadatti. Di fatto il problema era di avere dei Nidi nuovi e pronti per il funzionamento ma non potendo assumere personale pubblico per aprirli. La soluzione fu quella di darli in concessione a costi molto ridotti, 490 euro mensili per bambino. I gestori potevano però sfruttare gli stabili come meglio credevano, fuori dall’orario del nido, per attività compatibili educative e ricreative.
Quindi potevano farli funzionare come centri gioco, affittarli per feste di compleanno... ?
Esatto. Eppure i prezzi di partenza erano così bassi che chi li gestiva si è trovato in perdita. AGCI, Federsolidarietà e Legacoop hanno denunciato il costo difforme, Legacoop ha addirittura presentato un ricorso al TAR. Abbiamo avuto tanti pareri che confermavano la nostra tesi, come quella del CNEL, della Direzione Territoriale del Lavoro di Roma, dell’Istituto degli Innocenti.
Oggi i nidi sono funzionanti?
Si, i nidi sono funzionanti anche se con orari ridotti. In generale direi che sono due i fatti salienti da tenere presente e sono strettamente collegati. Il primo è che i servizi alla persona, come i nidi, secondo più di un riferimento normativo - ad esempio la legge 328 e la 381- non possono essere messi a gara d’appalto al massimo ribasso. Secondo dobbiamo chiederci quali costi si potranno mai tagliare in un servizio come un nido o un centro anziani? Il taglio sarà sempre e solo sul lavoratore, sul costo del suo lavoro!
Secondo lei: cosa sarebbe meglio fare al posto dei bandi?
Fare accreditamenti, come già si fa per i servizi sanitari territoriali. Accreditamenti con tanti paletti ben espressi e da far rispettare a tutti. Per far questo si devono chiarire i livelli minimi, le tariffe, e il riconoscimento dell’utile, che come cooperativa non possiamo metterci in tasca ma dobbiamo reinvestire, e questo ce lo dice oltre la legge anche la Costituzione. Infine è importantissimo il riconoscimento del contratto nazionale collettivo per chi lavora in questo ambito che esiste e, in questi giorni, è in fase di rinnovo. Sono 350 mila le persone in Italia che operano nel sociale e nell’educativo attraverso la cooperazione sociale, i dipendenti della FCA sono 80 mila, tanto per parlare di numeri. E’ possibile che per tanti lavoratori, oggi non sia riconosciuto e applicato un contratto collettivo in ogni territorio? Che esistano Regioni dove il rispetto del CCNL della Cooperazione Sociale sia un opzional?

Nessun commento:

Posta un commento