Edgar Morin: filosofo, sociologo e teorico della complessità, ha attraversato oltre un secolo di storia contribuendo a ridefinire il modo in cui comprendiamo la conoscenza, la società e i processi educativi.
Con la scomparsa, a quasi 105 anni, di Morin, si dovrebbe aprire una profonda valutazione di ciò che la scuola (dal nido in poi) ha davvero appreso dalla sua teoria e di come essa sia stata applicata.
Perché, se la sua riflessione ha avuto un impatto profondo in tutti i contesti educativi, non sappiamo quanto queste riflessioni abbiano davvero attecchito.
Morin e UNESCO
Uno dei contributi più significativi del suo percorso intellettuale nasce alla fine degli anni Novanta, quando l’UNESCO gli affidò il compito di elaborare una riflessione sui fondamenti dell’educazione del futuro. Da questo lavoro è nato I sette saperi necessari all’educazione del futuro (1999), un testo di riferimento internazionale. L’intento di Morin non era quello di proporre un nuovo metodo o un nuovo programma scolastico, ma di individuare alcune grandi questioni per preparare le nuove generazioni a vivere in un mondo sempre più interconnesso, incerto e complesso.
I sette saperi
Il primo sapere riguarda la necessità di riconoscere gli errori e le illusioni della conoscenza. Riprendendo quindi il caro vecchio adagio di Socrate, «So di non sapere», Morin ci suggerisce che educare significhi sviluppare uno sguardo critico.
Il secondo sapere invita a promuovere una conoscenza capace di collegare le informazioni e di inserirle nel loro contesto, piuttosto che accumulare nozioni isolate.
Il terzo sapere ci indica come l’educazione dovrebbe aiutare a comprendere la complessità dell’essere umano, nella sua dimensione biologica, culturale, sociale ed emotiva. Una prospettiva particolarmente significativa per i servizi educativi e le scuole dell’infanzia, dove il riconoscimento dell’unicità di ogni bambino e bambina si intreccia con la costruzione dell’identità personale e relazionale.
Il quarto sapere è dedicato all’identità terrestre. Temi oggi centrali, come la sostenibilità ambientale, la cittadinanza globale e la cura dei beni comuni, trovano in questa riflessione una delle loro più solide basi teoriche.
Il quinto sapere riguarda la capacità di affrontare le incertezze. L’educazione dovrebbe quindi preparare a vivere nell’imprevedibilità, sviluppando flessibilità, capacità di adattamento e pensiero creativo.
Il sesto sapere è l’insegnamento della comprensione degli altri, che secondo il sociologo rappresenta una delle sfide più urgenti del nostro tempo.
Infine, con il settimo sapere, Morin propone un’etica che non si limita a prescrivere comportamenti, ma che invita a sentirsi parte di una comunità umana più ampia.
I Sette saperi e le linee guida dello 06
La sua idea di educazione come costruzione di connessioni, come valorizzazione della complessità e come esperienza di relazione è certamente tenuta in grande presenza dalla pedagogia e in particolare è stata ripresa nelle linee guida del sistema integrato 0-6.
Un sistema, però, che sta avendo enormi difficoltà ad essere applicato nella realtà. Perché il sistema è stato idealmente pensato come percorso unitario e continuativo ma, in realtà, a molti anni dalla sua definizione, è stato applicato solo parzialmente e per risparmiare spazi e personale.
Non si è creata, nella maggior parte dei casi, una vera continuità tra le competenze del nido e della scuola dello 3/6. Sopratutto la scuola dell’infanzia, in particolare quella dello Stato, fatica a far proprie queste linee guida, continuando ad inseguire un modello di apprendimento (ormai desueto) che mira all’anticipo dei sapere didattici, di scrittura e di calcolo in particolare. Continuando a considerando lo 0/3 come ad una “sorellina minore” e meno significativa.
Nei fatti insomma sia le linee guida, che il pensiero di Morin non si applicano e il sistema 0/6 non offrendo ai bambini e alle bambine ciò di cui avrebbero più bisogno per crescere: spirito critico, consapevolezza di osservazione e la capacità di connessioni con gli altri e con il mondo in cui vivono.
Laura Branca