lunedì 12 settembre 2011

Il futuro dei nidi in italia: parole chiave di Cristiano Gori











. Vent'anni
Da oltre vent’anni gli interventi pubblici sono finalizzati a incrementare
l’offerta dei servizi socio-educativi alla prima infanzia in Italia elevarne la qualità e ampi passi in avanti sono stati effettivamente compiuti; i più recenti dati Istat sulla situazione italiana sono qui: www3.istat.it. Per rispondere alle esigenze delle famiglie, però, il sistema dovrebbe crescere ancora ma ciò non sarà possibile. Nel prossimo futuro gli obiettivi cambieranno: dallo sviluppo alla difesa dell’esistente.

  • Cambio di direzione
Nell’ultimo decennio l’offerta è stata ampliata senza porre le basi per il suo mantenimento nel tempo. Tra il 2000 e il 2009, i posti nei nidi a finanziamento pubblico sono cresciuti di oltre il 60% (da 110.000 a 180.000) (si veda il contributo di Fortunati alla Conferenza Nazionale della Famiglia dello scorso novembre: www.conferenzafamiglia.it. L’estensione della ricettività non è stata accompagnata, però, dall’introduzione di modalità di finanziamento adeguate a sostenere i costi della gestione ordinaria. Detto altrimenti, lo sforzo teso ad aprire nuovi servizi è stato grande mentre minore è risultato quello finalizzato a costruire le condizioni per mantenerli nel tempo.
L’eredità del decennio s’intreccia con le vicende più recenti. Le scelte di finanza pubblica degli ultimi anni – in particolare le manovre estive del 2008 e del 2010, e le più recenti decisioni di finanza pubblica - si sono rivelate particolarmente penalizzanti per i Comuni, cioè i principali finanziatori degli asili. Le decisioni prese dallo Stato nei loro confronti presentano, infatti, alcune peculiarità, che le differenziano dagli altri interventi compiuti durante le crisi economica. Da un lato tali decisioni non paiono interamente motivabili con essa perché in parte assunte prima della sua esplosione, dall’altro le Municipalità sono state colpite più degli altri livelli di governo (Stato e Regioni). Per finire, con il 2011 scompare il “Piano straordinario per lo sviluppo dei servizi socio-educativi alla prima infanzia” (noto come Piano Nidi), introdotto nel 2007 dal precedente Governo. Anche se gli stanziamenti erano stati sinora modesti, il Piano rivestiva notevole importanza perché la sua introduzione aveva significato riconoscere la necessità di un sostegno dello Stato ai Comuni nel finanziamento dei nidi e aprire la strada a un percorso che avrebbe dovuto portare l’Italia al pari degli altri paesi europei.
Il monitoraggio del Piano Nidi si trova in: politichedellafamiglia.it




  • Stato
La determinazione di questo scenario dipende in maniera decisiva dal governo centrale. I Comuni stanziano la quasi totalità delle risorse pubbliche destinate ai nidi, circa l’80%. Quello che è un finanziamento esiguo rispetto alla spesa pubblica complessiva risulta uno sforzo finanziario notevole per le loro disponibilità.
Anche negli altri paesi europei i servizi alla prima infanzia sono stati tradizionalmente finanziati dagli enti locali ma il quadro è cambiato dalla metà degli anni ‘90. Sono state avviate numerose riforme – ad esempio in Spagna, Francia, Germania e Gran Bretagna – con la medesima logica. Davanti alla crescente domanda di nidi delle famiglie e all’impossibilità dei Comuni di rispondervi con le risorse disponibili i Governi centrali hanno realizzato Piani nazionali, dotati di ampi finanziamenti propri e legati all’attivazione d’incisivi sistemi di monitoraggio. Lo Stato ha così riconosciuto che per rispondere alle domande dei cittadini non può lasciare i Comuni da soli, ma deve agire anch’esso. L’introduzione del Piano Nidi da parte del Governo italiano, nel 2007, sembrava aprire una strada in questa direzione anche nel nostro paese. Dal 2011 il Piano non esiste più.

  • Classe media
È probabile che l’offerta di servizi a finanziamento privato continui ad aumentare e quella pubblica no. La domanda di posti rimarrà ben superiore all’offerta nel pubblico, che – per sua natura - quando non può soddisfare tutte le richieste assegna priorità alle situazioni di maggiore difficoltà economica e/o sociale. I servizi privati, dal canto loro, sono costosi e la diminuzione del reddito dovuta alla crisi ha reso difficoltoso accedervi a un numero crescente di famiglie. Si rischia così un quadro composto da servizi pubblici rivolti alle fasce più fragili, servizi privati per i più abbienti e, nel mezzo, un insieme sempre più esteso di famiglie non abbastanza povere da accedere al pubblico e non sufficientemente benestanti da pagarsi il privato.


  • Lavoro
Nei servizi alla persona, tagli di bilancio, riduzione della qualità e peggioramento delle condizioni di lavoro vanno di pari passo. La tendenza a produrre servizi più economici sta mettendo in evidenza alcuni rischi su questo versante, tra cui il ricorso a forme contrattuali meno vincolanti per il datore di lavoro e di conseguenza più precarie per il lavoratore. A fronte di contratti meno tutelanti, e meno remunerati, si palesa l’incremento del divario tra protetti e non protetti, tra pubblico e privato e il ricorso a personale con minore qualificazione, in termini di titolo professionale - dove è possibile - o in termini di esperienza.

  • Qualità
Negli ultimi quarant’anni il pensiero educativo e la ricerca pedagogica nell’ambito dei servizi per la prima infanzia si sono molto sviluppati, portando i servizi italiani tra i primi posti in Europa. La minore disponibilità di risorse potrebbe tradursi, nei territori, in azioni finalizzate al risparmio quali l’incremento del numero di bambini per educatore, la minore qualificazione del personale e la riduzione dei suoi momenti di aggiornamento e supervisione. Tutti interventi che potrebbero indebolire il valore pedagogico del servizio e il lavoro educativo con il bambino. Si tende spesso a sottovalutare il valore della qualità mentre le ricerche dimostrano che riveste un ruolo centrale nel determinare gli effetti benefici dei nidi sullo sviluppo cognitivo e comportamentale dei bambini.

Cristiano Gori


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