lunedì 30 giugno 2014

Aldo Fortunati: l'importanza dei nidi


Aldo Fortunati

















Aldo Fortunati è direttore dell'area educativa presso l'Istituto degli Innocenti di Firenze. L'istituto ha una storia lunga da raccontare di oltre 6 secoli. E' il primo centro in Europa ad occuparsi d'infanzia e l'ha sempre fatto in grande stile. Basti pensare che l'edificio fu progettato dell'architetto Brunelleschi e decorato dall'illustre artista Luca della Robbia. Sotto le eleganti arcate del quadriportico si apre uno dei maggiori centri di documentazione sull'infanzia. L'istituto fa ricerca, indagini, studi, propone progetti pedagogici e fa molto altro ancora. Abbiamo incontrato il dottor Fortunati per raccontarci d'infanzia. Il suo è uno sguardo acuto e talvolta pungente.


Secondo lei qual è la priorità oggi rispetto all'infanzia?
Quella di sviluppare una proposta d'intervento diffusa per ampliare l'offerta dei servizi educativi a livello nazionale e non più a carattere straordinario. Ad oggi il quadro nazionale si presenta molto variegato, con punti di buona diffusione, paragonabili ad esperienze di nazioni evolute, nel nord e nel centro, in altre situazioni, spesso al sud, manca uno sviluppo e di qualità e quantità. Bisogna aver chiaro che si deve provvedere ad un equilibrio. Un equilibrio che non può che partire dal centro quindi dallo Stato. Ci deve essere un impegno ordinario e continuativo. Solo così potremmo garantire un diritto all'educazione per tutti, indipendentemente dal fatto che i bambini nascano a Bologna o a Catanzaro. Questa attenzione può darla solo lo Stato, iniziando dal potenziamento dell'offerta sulla rete 0-3. 

Crede che l'attenzione e il controllo debbano partire anche dai cittadini?
Il cittadino può chiedere i servizi. Non può farsi carico del controllo. Faccio un esempio banale, che spero possa chiarire, non posso essere io che vado in pizzeria a dover controllare la qualità degli ingredienti. Questo è un compito che spetta all'autorità pubblica. Figuriamoci quando parliamo di servizi tanto importanti e con interessi sociali così forti. Negli ultimi 45 anni la scuola dell'infanzia ha saputo radicarsi nel territorio nazionale in modo diffuso, grazie all'impegno dello Stato con la legge 444 del '68. Così si è sviluppata un'offerta, che oggi è ben distribuita e riconosciuta. Solo l'offerta statale è del 75%. Lo 0-3 dovrebbe seguire una strada analoga.

Quindi nidi statali?
No, ma lo Stato dovrebbe farsi carico economicamente della spesa per beni e servizi di interesse pubblico.

I nidi si sono istituiti grazie a movimenti nati dal basso, movimenti politici e femministi. Sono state le donne e le mamme che scendendo in piazza, hanno chiesto i servizi e viva voce. Dopo è arrivata la Legge 1044 del 1971. Non crede che si dovrebbe ripartire da lì, quindi dall'interesse diffuso dai servizi per aiutare la diffusione dei servizi?
Magari! Ma non per fare i guardiani. Per rivendicare le responsabilità dello Stato, questo sì, lo Stato dovrebbe sostanziare economie e definire regole diffuse. Un movimento dal basso potrebbe imporre alla politica le responsabilità per diffondere i diritti dei bambini, per tutti i bambini. Insomma la domanda può arrivare dai cittadini, la risposta però deve essere una risposta politica, con responsabilità precise. Con questo non voglio dire che la risposta debba essere esclusivamente pubblica. Deve arrivare da chiunque voglia e possa fare servizi di qualità.

Secondo lei il servizio pubblico a gestione diretta è della medesima qualità nella gestione indiretta?
No. La qualità non sta da una parte o dall'altra. Non sta tutta nel pubblico o tutta nel privato. Per entrare nello specifico: ci sono servizi diretti di ottima qualità, così come privati accreditati, o in convenzione, che garantiscono altrettanta qualità. Ci sono poi gestioni dirette che sperperano risorse ingenti...non c'è un soggetto a garanzia. Il buon funzionamento dei servizi è caratterizzato da un buon lavoro organizzativo generale. Faccio due esempi: la Toscana e l'Emilia Romagna sono regioni dove i servizi sono ripartiti tra pubblico e privato. Bene il cittadino che frequenta, difficilmente si accorge della differenza, perché c'è un buon controllo del sistema. Questo produce una diffusione qualitativa al di là di chi gestisce.

Molto comitati di genitori in tutt'Italia con cui BoNidi è in contatto percepiscono il servizio pubblico come qualcosa da difendere, come qualcosa di tutti, mentre il privato come qualcosa di qualcuno...
Capisco, ma non posso condividere questo punto di vista che è ideologico. Personalmente sono per la qualità ovunque essa si trovi. Sono particolarmente dispiaciuto quando vedo una gestione pubblica mal funzionate, come mi capita di incontrarne. La qualità deve essere garantita al di là della gestione. Ritorno poi al concetto con cui ho aperto l'intervista, l'investimento deve essere continuativo. Credo sia questa la priorità anche per una qualità diffusa.

La qualità può garantire l'offerta?
Sì. Secondo un nostro recente lavoro, che presto pubblicheremo, sono approssimativamente 10 mila i posti scoperti, su 250 mila a disposizione. Ciò significa che la crisi ha ridotto la domanda, come era inevitabile. Le famiglie fanno fatica a coprire le rette e gli enti non riescono a contenere i costi. Così il servizio diventa inaccessibile. Le responsabilità e le risposte devono essere pubbliche. Non solo per sviluppare l'offerta ma anche per garantire dei costi equi. Perché la scuola dell'infanzia non ha subito la stessa sorte? Perché è diffusa, perché è gratuita, spesso la quota economica coperta dalle famiglie si limita al pasto. Non c'è percezione da parte dei cittadini dei costi delle scuole d'infanzia, che sono costi vicini a quelli del nido. Dei costi delle scuola se ne fa carico lo Stato. Ed ecco che torniamo ancora al discorso di partenza: ci deve essere un investimento da parte dello Stato ordinario.

Ultima domanda: cosa pensa del ddl 1260 proposto dal PD?
Penso vada bene. La copertura economica che è significativa ed è adeguata non è però così scontata. Vedremo. Intuisco poi un rischio. Trovo molto corretto parlare di 0-6 ma non vorrei che si appiattisse il sistema verso il basso e che il servizio 0-3 diventi un servizio che scimmiotta il 3-6, che a sua volta spesso scimmiotta la scuola primaria. Lo 0-6 deve rimanere un servizio educativo e non scolastico, per questo sarebbe bene che rientrasse non solo sotto il Ministero dell'Istruzione. Sarebbe più appropriato definire un ministero dell'istruzione e dell'educazione. Il rischio che vedo insomma è quello di una subalternità che rientrerebbe in una prospettiva d'anticipazione, invece dobbiamo dare tempi corretti ai bambini e non accelerare verso esperienze che faranno poi.


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