venerdì 20 aprile 2018

L'educazione non è una pillola che si prende ogni tanto...












 


Intervista a  Questa settimana abbiamo registrato due notizie di gravi violenze tra i minori. Una a scuola e l'altra al nido. Le immagini dei tre studenti, minorenni, di un istituto tecnico di Lucca che umiliano il professore, sono negli occhi di tutti. Il lancio della ciabatta in testa ad un bambino, al nido di Gavirate, è un'altra immagine che rimarrà impressa nelle nostre menti, almeno fino al prossimo al nuovo "caso" di violenza. Cosa sta succedendo? Secondo Prisciandaro occorre  fare educazione e usare la pedagogia come medicina. Ma mi avverte fin da subito "non è una pillola che si può dare una volta ogni tanto". Oggi incontro il pedagogista Alessandro Prisciandaro di Apei (Associazione pedagogisti educatori italiani).


Violenza al nido di Gavirate. Violenza alla scuola di Lucca: due facce dello stesso problema?
Ogni violenza ha una sua storia, una sua origine e una sua crescita. Ogni situazione è diversa. La storia va ricercata nel contesto in cui si sviluppa. Non sono mai cose che capitano dall'oggi al domani. Hanno un'evoluzione.

Che tipo di evoluzione? 
Il fenomeno va ricercato nel contesto e dobbiamo indagarlo. E chiederci: che rapporti c'erano con i genitori? Come si stava in classe? Cosa si faceva? Che tipo di routine c'era durante la giornata? Quali controlli si facevano? Quale formazione aveva l'insegnate? Dovremmo conoscere e verificare tutte queste componenti e altre ancora per capire davvero le cause.

Come dovrebbe essere un buon contesto educativo?
Aperto, con grandi finestre che si affacciano al mondo, con continue relazioni con i genitori, con i colleghi, con i pedagogisti. Le relazione  con i genitori non dovrebbero fermarsi al solo scambio d'informazione sulla cura: ha mangiato, ha dormito...Il dialogo e il confronto dovrebbe essere costruito su una relazione profonda e duratura.

La violenza a scuola non è da condannare?
E chi ha detto questo? No, educatori e insegnanti, così come studenti, che picchiano a scuola vanno condannati, allontanati subito e per sempre!

Condannati e allontanati però... 
Però dobbiamo cercare di capire le cause. Se il sistema c'è, se tutte le procedure funzionano, queste cose non succedono. Non succedono non per una strana magia, ma perché la maestra in difficoltà, in un contesto dove tutto funziona, chiede aiuto.

Episodi di violenza accadono in contesti isolati e trascurati?
Si, la pedagogia non lavora mai da sola. La pedagogia e l'educazione si basano sulla relazione e il confronto continuo tra le persone. Se formiamo maestre e educatrici, se diamo al loro lavoro un senso profondo, se c'è un equipe con cui confrontarsi, se c'è buon coordinamento pedagogico, allora  stress e depressione  si individuano prima e si interviene tempestivamente.

Nel caso di Gavirate l'educatrice lavoravano in un nido famiglia
Quando le tagesmutter hanno tentato di aprire a Palermo hanno trovato la mia ferma opposizione. Cosa significa mandare un bambino da una signora, in un luogo isolato e chiuso, come può essere un appartamento? Si favoriscono situazioni di isolamento e trascuratezza che possono sfociare in violenza. 
 
Secondo lei nella scuole manca educazione perché?
Perché la mia generazione, io ho più di 60 anni, si è scordata di educare i figli. Non li abbiamo educati alla democrazia, al senso della partecipazione, al bene comune, ai diritti.... Abbiamo dato tutto per scontato che le nostre conquiste sarebbero state loro. Noi facciamo così, abbiamo pensato, faranno così anche i nostri figli.  

Detta così pare che il dilagare di violenza sia colpa dei nuovi genitori, a loro volta figli non educati...
Non sono in cerca di colpe. Cerco solo di descrivere la realtà che vedo. Quello che mi preme sottolineare è che dobbiamo educare tutti i giorni non una volta ogni tanto! Educare significa anche "inventare" tutti i giorni. Restituire alle cose che facciamo un senso profondo e radicato nel presente. Su questo gli insegnati avrebbero bisogno di tanta formazione continua e invece...

E invece?
Invece spesso si formano gli insegnanti  a riconoscere i "casi" psichiatrici o ad  individuare le patologie. Così si guarda a quell'incredibile miracolo di dio, che sono i bambini, come ad un problema da risolvere. Così si sottrae alla pedagogia il proprio lavoro: prendere spunto da una situazione anche difficile  e problematica, per educare. e non per incasellare il bambino in una patologia.            

    
 
   
 






 

7 commenti:

  1. Pienamente d’accordo col presidente della mia stimata associazione Apei!! Lavoro nelle scuole da un po’ di anni, come consulente di sportello d’ascolto, e garantisco che quando gli insegnanti mi segnalano sul nascere un particolare fenomeno, attivando tutte le risorse, in primis i genitori, la situazione rientra ! Per esperienza professionale, posso indicare, quale periodo “fertile “ per gli interventi educativi, quello della scuola primaria, alla secondaria di primo grado, è già tardi!�� Non è stato facile abituare gli insegnanti alla mia presenza, ma ora c’è una proficua collaborazione..

    RispondiElimina
  2. L'educazione, come compito è un valore umanizzante e porta al bene comune. L'uomo come essere individuale, ha la possibilità di ricercare, sperimentare ed esprimere se stesso. La pedagogia, in tal caso, è la scienza umana che acquista una grande rilevanza in quanto essa tende a favorire la partecipazione attiva, alla vita del mondo intero come presupposto e obiettivo dell'educazione stessa. Il compito della scuola, in tala caso, è di fornire supporti adeguati affinché ogni persona possa sviluppare un'identità consapevole, una responsabilità propria di scelte e di ideali. L'educazione dovrebbe favorire lo sviluppo del potenziale umano, del potenziale creativo della persona, liberandolo e rafforzandolo...invece sembra che nel sistema odierno, il tutto venga a distruggersi, il tutto si annienta, soprattutto in ambito scolastico, luogo in cui, i bambini, le bambini, gli adolescenti costruiscono un proprio IO, un proprio vissuto fatto di memoria, di storia, di ricorsi, di aspirazioni, di desideri, di esplorazione, di percezione. L'identità cammina e cambia...si realizza ogni giorno ed è parte del tutto il ciclo della vita, così come l'educazione. C'è bisogno di tirare fuori. C'è bisogno di educatori. C e bisogno di porre lo sguardo ad una delle scienze umane che molti non hanno preso abbastanza in considerazione. C'è bisogno della Pedagogia. Essere educatori, essere pedagogisti, significa rendersi disponibili rispetto alle esigenze del soggetto, essere attenti al vissuto, interpretare i bisogni di crescita e di libertà, favorire le relazioni comunicative in modo costante. Formare, significa, creare la loro forma propria attraverso la liberà di essere se stessi, di sbagliare ed agire attraverso l'esperienza. Questa equivale alla prima dimensione orizzontale di crescita e sviluppo dove c è reciprocità di apertura dell'altro. Mentre nella tradizionale educazione, c'è la verticalità del rapporto insegnante - bambino, dove il conflitto è stato sempre visto come opposizione. Questo tipo di educazione, è basata sulla dipendenza e sul controllo e genera un fenomeno di de-responsabilizzazione nel soggetto, che non riesce a trovare in se stesso le risorse per individuarsi e si crea una situazione di conflitto, generando in ciò che sono anche le notizie ormai diventate quotidiane...forse anche per mancanza di un sistema inadatto oltre ad altre variabili. L'educazione, è educare, il bambino alla vita interiore come persona consapevole e responsabile del proprio compito e ruolo nel mondo.

    RispondiElimina
  3. Daniela Betterelli21 aprile 2018 09:29

    Come sempre, il presidente Prisciandaro ha centrato dritto al cuore del problema, non limitandosi a scuotere il capo ma offrendo soluzioni mirate a ricercare la radice del problema. Condivido pienamente quando dice che l'educazione, l'approccio educativo deve essere in percorso di vita, non qualcosa a cui ricorrere nel qui ed ora. Per rimediare ai danni si offre solitamente la figura dello psicologo che psicanalista e diagnostica e spesso attribuisce etichette. Io credo che rivolgersi allo psicologo scolastico sia...come dire...l'eccezione e non la regola. Solo la pedagogia può intervenire in merito alla prevenzione e, come dico sempre, educare deriva da educere, "tirar fuori il meglio, incoraggiare, spronare,senza disdegnare le regole che devono essere chiare e precise ma al contempo flessibili in quanto devono adattaRai ai vari contesti e alle fasi dello sviluppo. Mi complimento con il presidene per il modo in cui, semplicemente, riesce a far arrivare concetti molto importanti e densi di significato.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. la semplicità e la sintesi sono doti rare che appartengono alle persone che hanno le idee chiare.

      Elimina
  4. L'educazione é un processo che richiede tempo e coerenza da parte di tutti gli adulti coinvolti. É un fatto collettivo a cui le istituzioni principalmente sono chiamate a rispondere. Insieme alla famiglia, alla scuola e ai servizi educativi degli enti locali, con il contributo di pedagogisti ed educatori (unici professionisti degli ambiti educativi), occorre dare ai bambini e agli adolescenti messaggi chiari e univoci. Si tratta di attivare concretamente il patto educativo di corresponsabilità per dare risposte certe ai bisogni educativi emergenti. Il discorso si estende alla società educante (che educa e viene educata) per il cambiamento culturale che investe intenzionalmente sull'educazione a scopo preventivo.

    RispondiElimina
  5. Dobbiamo offrire alle prossime generazioni un terreno fondato sulla collaborazione emotiva e di responsabilita' condivisa , dice molto bene il presidente Apei, dobbiamo costruire una rete fondata sulla fiducia e l'impegno , solo cosi' è possibile costruire luoghi e società educanti.

    RispondiElimina
  6. Giuseppe losardo21 aprile 2018 17:21

    L'analisi sociologica e antropologica fatta dal nostro presidente è una chiara fotografia dello stato di salute in cui vige il nostro sistema educativo forgiato fin da sempre dall'agenzia di riferimento (scuola, famiglia e religione). È chiaro che tali atti di violenza generati sia dall' educando o da chi dovrebbe rivestire il ruolo di educatore, sono entrambi figli di un disaggio che si manifesta in atti di rabbia e spavalderia incontrollata. Sono d'accordo con il nostro presidente che alla base manca un " Confronto sano e profondo" sostituito da uno superficiale che si accontenta soltanto di sapere ciò che fa comodo. Come sono d'accordo sul fatto che l'educazione non può essere una pillola da somministrare una ogni tantum e sopratutto quando siamo di fronte ad un'emergenza, ma è un PROCESSO DI FORMAZIONE CONTINUO, Che si sviluppa in tutto il percorso di crescita affiancato da modelli di riferimento quali i genitori! Ma purtroppo come diceva il nostro presidente sono proprio i genitori che hanno dimenticato l'amore della cura educativa della prole, delegando questo compito delicatissimo a Tv e altro, ottenendo come risultato atti di violenza assurdi e vergognosi.

    RispondiElimina