Senza un nido



Il tempo è uscito dai cardini. Che io sia nato per rimetterlo a posto?

AMLETO, W. Shakespeare

Tempo-scuola  

A quanto ammonta nel nostro Paese il tempo-scuola, la durata giornaliera e settimanale per le creature piccole da 0 a 11 anni? 

Dipende dalle variabili istituzionali, scuola pubblica, statale, degli Enti Locali, privata, convenzionata, tutte diversamente normate. Nella maggior parte dei nidi tale durata varia da poche ore antimeridiane all’intero arco della giornata, per la Scuola dell’Infanzia da 25 a 50 ore settimanali, per la primaria da 24/30 fino alle 40 a settimana nel Tempo Pieno (L. 24/09/1971 n.820 e successive modifiche). 

Al momento, considerata la grave crisi in cui volgono i servizi per la prima Infanzia, di cui darò qui conto, si alternano le proposte del Governo e di alcuni Assessori per un incremento, sia di strutture e di assunzioni di personale, sia di orario. Il sospetto è che si tratti di buone intenzioni unite a pessima demagogia, soprattutto se pensiamo alla messa in sordina dell’ambizioso Piano Integrato 0/6 legato alla Buona scuola (Dlgs 13/04/2017 n.65), oggi appena citato nella missione 4.0 del PNRR

Il decreto prevedeva un incremento dei servizi educativi e scolastici da 3 a 36 mesi e la messa a punto, con il concorso di enti, istituti previdenziali e stato, di Poli Integrati in cui il nido e la Scuola dell’Infanzia potevano coabitare condividendo strutture, servizi, personale. 

I Nidi venivano classificati e articolati in svariate forme, per capacità ricettive e flessibilità di funzionamento, dai micronidi per piccoli centri abitati, alle sezioni primavera nella Scuola dell’Infanzia per bambini di 24 mesi, fino a servizi polverizzati in sistemi domiciliari, spazi gioco, luoghi per famiglie, ecc. La commissione nazionale istituita dal Ministero definì le Linee Guida di ordine pedagogico-didattico, un passo oltre le Indicazioni Nazionali già esistenti, in un’ottica di continuità nel triennio infantile. Nel 2018, il concetto di Povertà Educativa, come privazione di ordine economico e culturale durante l’infanzia, fece da controcanto al Piano, individuando proprio nei primissimi anni di vita la necessità di contrastarla mediante un sistema scolastico solido, un impianto educativo di supporto alle famiglie

 

Nido: sogno o incubo?

 

Il 17 febbraio scorso la trasmissione televisiva “In altre parole” sul canale La7 inizia con un lancio, da parte del conduttore Massimo Gramellini, sul tema del sub-sub appalto, tragica deriva delle condizioni lavorative in un’Italia disoccupata-occupata precariamente-occupabile (nella neolingua dei Jobs ActS, plurale, normati più volte). 

L’incipit sembra voler legare, implicitamente, il problema del lavoro e a quello della riproduzione sociale e, con il consueto modo di riferire problemi gravi con tono leggero e ambivalente, Gramellini presenta una vicendafamigliare che riguarda l’accesso al servizio di Asilo Nido, aMilano

Protagonisti, una giovane coppia del capoluogo lombardo, Alberto, insegnante delle superiori, Matilde, fisioterapista in ospedale, la loro bambina Lea, un altro bimbo in arrivo. Nel 2023, anno di nascita di Lea, la situazione dell’accesso al nido è la seguente: 

1. il 46% delle domande al comunale, al privato convenzionato, è rimasta inevasa; 

2. se Lea avesse potuto entrare, la quota del servizio comunale sarebbe stata coperta dal bonus

3. la frequenza a orario medio (mattino e primo pomeriggio) in una struttura privata costa ogni mese fra i 700 e i 900 euro

4. il nido privato chiede, all’iscrizione il versamento di una caparra, non restituibile in caso di rinuncia. Il nido pubblico, che offrono come opzione a Lea, dista 40’ dal loro domicilio (è commovente vedere la ripresa dall’alto di Alberto con Lea nel carrettino attaccato alla bicicletta, che si inoltrano nel grigio della landa milanese). 

Matilde, non appena nascerà il nuovo bambino, dovrà rinunciare al lavoro, con una perdita secca del suo apporto professionale per i pazienti dell’ospedale? Aprirà una partita IVA? Lavorerà in casa, ammesso che le condizioni lo permettano? Lascerà il suo lavoro a tempo indeterminato Alberto, dopo anni di precariato? Lavoreranno part-time con conseguente caduta del loro reddito?

Ogni perdita di lavoro è un vulnus sociale, qualcosa che ci riguarda tutti decade ai margini, così come ogni rinuncia a fare figli, su cui tanto ci si affanna, consolida il circolo vizioso dell’invecchiamento della popolazione. Anziani che, come si commenta con leggerezza nel corso della trasmissione televisiva, sono in servizio attivo come nonni e, molto spesso, con le loro pensioni integrano il reddito dei figli adulti.


Nido per la mamma?

 

 

Inserisco una annotazione sulle definizioni che tracciano sia il percorso storico sia le condizioni attuali del fenomeno di cui cui parlo. 

Il Nido, parola suggerente un allevamento protetto delle creature piccole nella primissima infanzia, nasce nel 1971 (L.06/12/1971 n.1044 e successive modifiche e integrazioni) come istituzione pubblica amministrata a livello locale, con l’intento di superare lo spirito puramente assistenziale degli istituti dell’Opera Maternità Nazionale Infanzia del periodo fascista (istituto del 1925, sciolto nel 1975). L’intenzione a capo delle Legge istitutiva era spostare la cura dei più piccoli, dal supporto benefico e chiesastico all’interesse pubblico, pur nella configurazione amministrativa locale del servizio. 

Una localizzazione che oggi renderà ancora più marcato il divario fra Regioni e Comuni- NORD, SUD e anche il sud del nord! - con l’approvazione delle norme sull’Autonomia Differenziata. Inoltre, risulterà forte anche l’impatto della regionalizzazione sul gap di genere, su cure e care, la cura della salute fisica e delle pratiche quotidiane. (sul rapporto tra Ad e la situazione femminile) 

Infatti, malgrado dalla fine degli anni Sessanta la riflessione femminista cerchi di decentrare il nodo Madre-bambino verso le responsabilità paterne e quelle sociali, la funzione di cura materna rimane centrale. 

Lo abbiamo visto anche durante la pandemia: il carico famigliare rimane un problema della donna-madre. Il Nido nella norma è un servizio a domanda, dove la locuzione sottolinea che l’accesso non è un diritto, semmai un’opzione. L’educazione pubblica in età evolutiva, a cui il testo costituzionale attribuisce una enorme importanza come fattore di emancipazione personale per tutti i cittadini e di guadagno per l’intero corpo sociale, inciampa proprio sulla nozione di servizio, a cui accedere nelle forme della sussidiarietà, con il concorso di spesa dell’utente, con la commistione fra settori pubblico e privato.

 

Alcune considerazioni a sfondo

 

Paradossalmente il Sud, sprovvisto di Nidi, di Scuole dell’Infanzia, di classi a Tempo Pieno in Primaria, sembra avvertire meno il problema che rimane sottotraccia. 

La famiglia allargata, la disoccupazione femminile e giovanile, l’occupazione precaria, la beneficenza pubblica dei bonus e delle forme di sussidio ancora vigenti (R.Ciccarelli, 2023), l’esistenza di forme di accoglienza in case private a gruppetti di bambini offerta in cambio di una piccola retta, contribuiscono al silenzio sullo zero al Sud (M.Esposito, 2018).

Nelle grandi città nelle loro enormi periferie, frutto di una urbanizzazione selvaggia, il problema della cura delle creature piccole morde forte, come raccontano Alberto e Matilde. 

Il caso di Roma, diverso e nello stesso tempo simile a quello di Milano, Napoli, Bologna, nel difficile rapporto fra l’hinterland, la periferia, e il centro nobile occupato da uffici e turisti, è stato analizzato in un recente convegno organizzato dal Dipartimento Comunicazione-Facoltà di Sociologia della Sapienza e dall’Istituto Pio V. (I Nuovi mali di Roma. Crescita delle disuguaglianze, overtourism, esclusione sociale. 15/02/2024) 

I numeri presentati sono lo sfondo del problema di cui scrivo: una città con 1287 Kmq di estensione, assai maggiore di quella di Parigi E New York, per lo più a ridosso e oltre il raccordo anulare, bassa densità abitativa per kmq, o peggio mal distribuita, una scarsissima capillarità di servizi, dal trasposto alle strutture sanitarie, alle scuole. 

Città di diseguaglianze macroscopiche, di immigrazione poco integrata, di forte tasso di esclusione sociale per romani e non, di impatto negativo per i suoi residenti dell’afflusso turistico (overtourism) di cui pochi godono i benefici, mentre molti subiscono sia l’aumento dei prezzi di affitto e di acquisto della casa, sia la difficoltà di fruizione delle bellezze artistiche (se il centro-città costa soldi e fatica, meglio il centro commerciale di zona). Una città di lavori eccellenti al servizio all’impianto ministeriale della capitale, e di moltissimi lavori sottopagati, anche nelle forme dell’autosfruttamento, nell’edilizia, nel commercio, nel famoso consumo del Made in Italy,. Diceva lo storico Vittorio Vidotto: una città sospesa fra civiltà di antico lignaggio e barbarie come nuovo saccheggio.  

Qui crescono, le nostre, ripeto nostre, di tutti noi, creature piccole. Anche loro sospese nel processo di adattamento del loro tempo di vita, di crescita, alla frenesia, all’accelerazione, della vita adulta. 

 

Infine sul concetto di tempo

 

 

Il concetto di tempo interessa la filosofia, soprattutto la metafisica, filosofia prima alla ricerca della causa, del principio. 

Ai giorni nostri il tempo continua ad annodarsi con il pensiero scientifico, quello tecnologico, quello della meccanica quantistica e delle nuove tecniche di calcolo. Sulla sua origine molto mistero: origine e dono divino, oppure strategia umana insieme al concetto di spazio? 

In entrambi i casi una maniera per osservare ed esplorare le Cose, individuarle come Oggetto e Fenomeno, fra realtà e rappresentazione (Zellini, 2000, 2023; Cacciari 2023). 

Nella gestazione il battito cardiaco della madre segna la prima scansione ritmica, un breve colpo fra due arresti. Alla nascita ogni parte vitale, cuore, respiro, visceri, segnerà una sua particolare regolarità di suono e silenzio, mentre i bisogni elementari, durante la fase della lunga neotenia umana, si organizzeranno intorno a una scansione, una sequenza regolata dall’incontro fra il neonato e la Nutrice, l’adulto che lo prende in carico nella sua inabilità a garantirsi la vita. 

Da questo primo timing dell’allattamento, della periodica pulizia del corpo, si fa dipendere il precoce adattamento alla temporalità, come accoppiamento fra necessità vitali e comportamento sociale del mondo adulto, del contesto famigliare. Allora, l’idea di tempo è una intuizione, un elemento del fitto complesso di pittogrammi che nei primi mesi di vita caratterizza la mente infantile? I pittogrammi, immagini, suoni, percezioni, costituiscono una sorta di figurazione mentale, in assenza ancora di concetti e di articolazioni cognitive, man mano organizzati, con l’aumentare delle sinapsi, anche temporalmente (P. Aulagnier, 1977). 

Oppure il tempo, la sua concettualizzazione è frutto di apprendimento, dunque lenta acquisizione sociale? 

Entrambi, probabilmente, una sorta di dotazione tipica dell’homo sapiens, chissà se di altre creature, consolidata dal progredire della conoscenza, della comprensione, come lavoro delle sinapsi e come fatti culturali.

Una buona osservazione sul tempo come vissuto nella prima infanzia ce la offrono le attività di gioco. Un bambino che inizia a giocare lo fa secondo un suo personalissimo ritmo, presa e rilascio di oggetti, scambio di sguardi, alternarsi di vocalizzi, di richiami, attività che sembrano affini a una sorta di auto addestramento e che presto diventeranno scenari di immaginazione, di proiezione e investimento affettivi. Ed è qui che si mostra la differenza fra la temporalità estatica del bambino che gioca da quella dell’adulto che lavora, e opera. Dove l’estatico è – paradossalmente - sia l’ek, l’uscita da sé, sia la concentrazione profonda su di sé (E.Fachinelli, 1989). 

 Questa sorta di meraviglia per la vitalità assunta dalle cose, non più oggetti inanimati, resterà - scrive Fachinelli - come necessità profonda, spesso di inarrivabile soddisfazione, nell’adulto, forse frutto di un lascito antropologico, oltre, al di là delle differenze culturali. 

Oggi che il tempo accelera, che il lavoro lacera le giornate, perché manca o perché è troppo, perché mescola i luoghi in cui si svolge come nelle attività smart working, perché fa della casa un luogo del lavoro salariato e di quello domestico gratuito, sentiamo il bisogno di tornare a forme di tempo sospeso, personale, ek-statico. 

Purtroppo, anche su questo gli esperti di capitale umano hanno qualcosa da offrire, con l’aggancio ai social, alle conversazioni virtuali fra sconosciuti, ai giochi elettronici, al gioco d’azzardo. Un giocare adulto poco gioioso, parente poverissimo di quella meraviglia che abbiamo conosciuto nell’infanzia. 

Quel fuoco della gioia eccessiva che è del giocare dei piccoli, ma che finisce per caratterizzare i nostri rituali ossessivi, quella ritualità che la tecnica contemporanea inghiotte, metabolizza e restituisce con l’attaccamento alla macchina.

Dunque, di che tempo ha bisogno un bambino, a scuola, a casa? Esso può, non solo armonizzarsi con il tempo sociale ma, se osservato e rispettato, creare un’occasione per decelerare il tempo adulto?


Renata Puleo*

*Maestra di scuola primaria, direttrice didattica a Torino, dirigente scolastica a Roma fino al 2011. Si occupa di valutazione e lavora nel gruppo NoINVALSI