Partire bene: l'indagine sui nidi d'infanzia della Fondazione Agnelli.

 





Cronaca Bambina Il rapporto “Partire bene” pubblicato il 14 aprile dalla Fondazione Agnelli restituisce un’immagine tutt’altro che rassicurante dei servizi educativi per l’infanzia in Italia. Se da un lato il sistema 0-6 mostra segnali di espansione e una tradizione pedagogica solida, dall’altro emergono criticità profonde che rischiano di comprometterne l’equità e la sostenibilità nel lungo periodo.

Il primo nodo riguarda l’accesso ai servizi, che continua a essere fortemente diseguale. La crescita dei posti disponibili nei nidi non si traduce in un ampliamento equo delle opportunità: negli ultimi vent’anni il divario tra famiglie ricche e povere è più che raddoppiato, come già il report di Uil avevo messo in evidenza.  

Il sistema, anziché colmare le differenze sociali, finisce per rafforzarle, configurando quello che i ricercatori definiscono un vero e proprio “effetto San Matteo”. Alla base di questa distorsione non c’è solo una questione economica, ma anche l’impianto dei criteri di accesso. I Comuni privilegiano infatti le famiglie con entrambi i genitori occupati, penalizzando proprio quei nuclei più fragili che avrebbero maggiore bisogno di un sostegno educativo. Ne deriva un paradosso evidente: i servizi pensati per ridurre le disuguaglianze finiscono per escludere i bambini più vulnerabili.

A questa criticità si aggiunge una debolezza strutturale nella valutazione della qualità. 

L’Italia ha compiuto progressi sul piano formale, grazie anche al Sistema Integrato introdotto con il Decreto Legislativo 65/2017 (che ha finanziato in modo permanente il sistema 06) ma il monitoraggio resta sbilanciato sugli aspetti quantitativi, come il numero di educatori o gli spazi disponibili. Manca invece un’attenzione sistematica alla qualità delle esperienze educative quotidiane, cioè alle relazioni, alle pratiche pedagogiche e agli esiti concreti sullo sviluppo dei bambini. Questo squilibrio rischia di svuotare di significato gli stessi miglioramenti strutturali.

Ancora più preoccupante è la situazione del personale educativo. Il sistema si avvia verso una carenza stimata di circa 25.000 educatori, un dato che mette in discussione la reale possibilità di espandere l’offerta. 

Il problema non è solo numerico, ma anche contrattuale. Le condizioni di lavoro, soprattutto nel settore privato, risultano nettamente peggiori rispetto al pubblico, con stipendi significativamente più bassi e minori tutele. 

In questo contesto, l’introduzione dell’obbligo di laurea rischia di trasformarsi in un fattore disincentivante: senza un adeguato riconoscimento economico, la professione perde attrattività e il sistema fatica a rinnovarsi.

Le criticità si intrecciano poi con le dinamiche territoriali e demografiche. Gli investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) rappresentano un’occasione importante, ma non priva di ambiguità. 

L’aumento dei posti disponibili è in parte legato al calo delle nascite, più che a un reale potenziamento dei servizi. Inoltre, i territori più fragili, come i piccoli Comuni o alcune aree del Mezzogiorno, rischiano di restare esclusi dai finanziamenti per mancanza di capacità amministrativa. Il pericolo concreto è un ulteriore ampliamento dei divari geografici, con risorse che si concentrano dove il sistema è già più forte.

Nel complesso, il quadro delineato dal rapporto evidenzia una contraddizione di fondo: l’Italia investe nell’espansione dei servizi educativi per l’infanzia, ma non affronta in modo strutturale le disuguaglianze di accesso, le fragilità del lavoro educativo e le disparità territoriali. 

Senza un intervento deciso su questi fronti, il rischio è che la crescita resti solo apparente, incapace di tradursi in un reale miglioramento delle opportunità educative per tutti i bambini.

In conclusione Finalmente anche un’importante istituzione come la Fondazione Agnelli mette in evidenza le tante criticità del sistema 0-6. Un sistema che ha cercato di espandersi senza tenere presente qualcosa che era facilmente intuibile anche anni fa. Il sistema integrato, in cui pubblico e privato si tenevano insieme per garantire un nido per tutti, è stato avviato inizialmente senza troppe regole, poi con regole che hanno favorito il risparmio di spesa, ottenuto riducendo i diritti dei lavoratori e gli stipendi. Ora i nodi vengono al pettine e chi paga di più, come spesso accade, sono i più fragili: donne, bambini e soprattutto se poveri.

Laura Branca