Parola a... Sfoglio il giornale ed eccolo, di nuovo, paralizzante ormai. Perché questi numeri? Ce lo chiediamo da un po’ e ognuno dice la sua per la parte che compete… L’articolo titola: “7 bambini su dieci hanno avuto richiesta di certificazione da parte delle maestre. Arrivano gli ispettori dell’ufficio”. Leggerei o ascolterei la dottoressa Daniela Lucangeli per avere qualche nozione in più rispetto al problema. Se è scesa lei dalla sua cattedra in aiuto, forse pure noi potremmo umilmente lasciare il nostro dato e farci qualche domanda, non solo lamentarci…
A SCUOLA
Dopo l’ennesimo, dico basta e scrivo per raccontare quel che penso intimamente, per una volta dalla parte dei bambini e delle bambine che “ci guardano” e forse avvertono che qualcosa non va in questi adulti “svelanti” che li vogliono educati, seduti, performanti, sempre pronti a cambiare attività, fare merenda, lavarsi le mani, fare pipì tutti insieme pure se non ti scappa, poi pranzo, poi il lavoretto di Pasqua e di Natale, poi di nuovo merenda e infine (che non è fine) tutti a sedere che arriva mamma e papà che, il più delle volte, li “trascina”, esausti, in piscina, a judo, al corso di inglese e compagnia cantando… disturbando la loro spontanea concentrazione pure se ciò che stanno facendo li interessa oltremodo e li tiene concentrati a fare e disfare il loro piccolo grande mondo.
Basterebbe osservarli nella loro libertà creativa per leggere quale curiosità (basterebbe da sola se gliela lasciassero esercitare), quale sperimentare mettono in atto nell’incontro col mondo attorno e dentro di loro…
REGIE EDUCATIVE
Davvero ho verificato, nella mia esperienza di oramai quasi 40 anni di insegnamento (tracciare segni) nella scuola dell’infanzia comunale, che veramente poche persone, in ambito educativo scolastico, sono autenticamente in ascolto e quel tanto decantato ruolo di regista educativo sempre troppe poche persone lo praticano mettendosi in una posizione di “facilitatore”, atta a favorire appunto la realizzazione del percorso di ognuno all’interno del gruppo dei pari... Quanta attenzione vuole un processo del genere e quante risorse e quanta flessibilità, e poiché sembra proprio non ci si faccia, allora il rischio è l’omologazione e la direttività adulta affinché regnino disciplina, rispetto delle regole e rendere l’apprendimento tanto massificato.
Ma anno dopo anno ho potuto solo constatare che la frustrazione aumenta e che sono davvero pochi i bambini, le bambine che vanno a scuola volentieri e che, limitati nella loro espressione, si stanno ammalando di routine e consegne dall’alto... Come si fa a non avere disturbi nel comportamento se il “rumore” che distoglie è proprio adulto e così continuo? Nessun adulto, o meglio, troppo pochi, che bussa alla porta e li saluta prima di accordarsi su qualsiasi faccenda, nessuno che fa attenzione in quale storia, attività siano immersi… Come educare all’ascolto se l’adulto non si fa modello o semplicemente non possiede ancora questa qualità?
Non elenco la moltitudine di comportamenti così poco sani che hanno creato e continuano a tracciare uno stare a scuola che spesso non corrisponde a buone abitudini portate da casa né ai veri bisogni dei bambini e bambine. Eppure, quante parole e quanti maestri e scienziate ci hanno raccontato una scuola che somiglia di più a loro... quei maestri che si sono spesi per praticare lo “stare bene a scuola”.
Si è dovuta scomodare una principessa, che ha fatto visita a Reggio Children di recente, per riportare all’attenzione l’approccio educativo che ci mostrò Loris Malaguzzi, esportato in tutto il mondo conosciuto e così poco praticato nelle scuole italiane, se non in alcune pratiche che, più che condivise nel senso profondo, somigliano a usanze semplicemente diffuse e assorbite qua e là.
Ora mi chiedo se, invece di attribuire disagi o disturbi a questo o quel comportamento, non sia più onesto porci domande sul nostro intervento educativo, analizzando più possibilità e più ascolto, appunto. Certamente vale che ci pagano poco, che la politica non ci sostiene come dovrebbe, che numericamente le classi sono eccessive e tanto altro, ma credo che per questo non debbano avere la peggio i più fragili, le bambine e i bambini delle nostre città.
Carla Ruzzini, maestra di scuola d'infanzia