L'educare è anche audacia



Partecipare per crescere In ambito educativo è difficile stabilire dei confini relazionali perché quello che può essere valicabile per te, non lo è per un'altra persona.  Il livello di coinvolgimento è sempre personale, ci sono educatrici/insegnanti che non si lasciano coinvolgere più di tanto dalle vicissitudini personali/ familiari ad esempio dei genitori... altre invece, posseggono un livello di empatia più alto e ritengono quasi doveroso poter mettere in campo tutte le loro risorse/ conoscenze/ competenze per sostenere ed aiutare quella determinata persona/ famiglia.  

 

Chi può stabilire quale debba essere il paletto oltre il quale non si può andare? 

 

Un tema delicato, complesso che può sfociare verso una eccessiva " collusione" relazionale o al contrario ad un menefreghismo insensibile. La società è profondamente mutata l'individualismo sembra aumentare a dismisura, la solidarietà e la partecipazione attiva sembrano ricordi lontani, resistere a questa ondata distopica è sempre più difficile, ma l'educare chiama ad una umanità e comunicazione  sensibile che non possiamo permetterci di perdere o soffocare.  L'educare chiama all'audacia, al coraggio delle scelte a volte scomode e controcorrente, non si può navigare in un mare sempre calmo, contenuto, adattato, privo di colpi di coda.  Educare ed educarci a volte è rivoluzionario significa non dare per scontato, aprirsi ad altre visioni, osservare e non accontentarsi dei pacchetti troppo rassicuranti.

Il coraggio nell'osare

Nelle mie osservazioni sulle varie realtà educative, quello che emerge è una disaffezione e una distanza ad un aspetto che ha caratterizzato, il percorso educativo a cavallo tra gli anni 80/90 : la partecipazione, il rapporto con il territorio, una certa flessibilità e libertà nell'agire educativo quotidiano, meno burocrazia e un senso di appartenenza alla comunità di cui ci sentivamo parte attiva e decisionale.

 

Il coinvolgimento emotivo e fattivo era decisamente più alto ed evidente, il concetto di solidarietà e ascolto non erano entità astratte ma le strategie educative messe in campo risultavano coerenti con quei  valori di riferimento. 

 

La pedagogia non rimaneva solo un esercizio di proclami teorici e di citazioni staccate dalla realtà,  ma diventava pratica quotidiana, scelte precise, ragionate, condivise, in poche parole si cercava di trasformare un pensiero pedagogico in un'azione, in un fare capace di tradurre un valore pensato ad un valore agito.

L'importanza dell'entusiasmo e della libertà educativa

Senza entusiasmo, senza quella luccicanza creativa che ti permette di far fiorire idee, di muovere, di sperimentare, un ambiente educativo rischia di diventare sterile, piatto. Il fermento educativo è una condizione irrinunciabile, è quella condizione che ti permette di non sederti sulle consuetudini e su quell'atteggiamento pericoloso che si declina in una frase che ho spesso sentito: "ma abbiamo sempre fatto così!"

"Abbiamo sempre fatto così" rappresenta il diktat che congela qualsiasi possibilità di

migliorare strategie, organizzazioni, relazioni che per svariati motivi non funzionano, non sono efficaci, non creano ben-essere all'interno della comunità educativa.

 

Altra frase significativa e ricorrente  che ci dà la misura di quanto non ci si senta parte attiva e decisionale è: "questo non mi spetta, non rientra nelle mie mansioni". 

Ovviamente non sto dicendo che dobbiamo essere come educatori,  un tuttofare multidimensionale, ma l'affermazione “questo non mi spetta" è applicata più sovente ad un diniego rigido quando ci viene richiesto di essere più flessibili, di andare un pochino oltre la regola imposta, ovvero prevale la non disponibilità ad andare incontro ad una qualsivoglia esigenza da parte di una famiglia ad esempio, per la quale basterebbe un minimo di buonsenso ed elasticità mentale per risolverla. Invece si preferisce mettere paletti e difendersi con un generico "non mi spetta" e si chiude la questione. 


La nostra professione sicuramente non è riconosciuta e valorizzata quanto meriterebbe, ma quello che sta venendo meno è l'entusiasmo, l'orgoglio, la passione, il coraggio di denunciare quello che non va e che non è più sostenibile.


L'educare e l'educarci non si coniuga con la rinuncia, con l'accettazione acritica e con l'assenza di creatività e di audacia educativa.


I bambini e le bambine meritano di più, gli educatori e le educatrici meritano di più, tutta la comunità educante merita visione, progetti e programmazioni possibili, indirizzate verso un reale ben-essere collettivo e per realizzare tutto ciò bisogna aver cura di ogni risorsa umana.

Anna Maria Mossi Giordano

 

Della stessa autrice 


Il tempo che passa, facciamo che non scorra inutilmente